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mercoledì 11 marzo 2009

ENRICO (di Giuseppe Gatto)


Ero a casa dei miei per le vacanze di natale, io e Martina eravamo appena tornati da una festa. Lì avevamo incontrato Franca, con la sua risata calda e contagiosa, che metteva decisamente di buon umore. Stavamo finendo la serata in cucina affettando soppressata, caciocavallo e pane cotto a legna che profumava ancora di forno, il tutto innaffiato da un vino rosso inchiostro che carezzava il palato.
Sentii abbaiare in modo insistente.
Mi affacciai dal balcone che dava sul cortile e vidi un cane che mi sembrò di riconoscere. Quasi contemporaneamente suonò il campanello d’ingresso.
Andai ad aprire.
“Chi è?”
“Enrico”
Stupito aprii lentamente la porta, pensavo a uno scherzo ma avevo riconosciuto la voce. Mi trovai proprio di fronte al mio vecchio amico. Vecchio perché non ci vedevamo da tanto, in realtà il ragazzo alto e magro che avevo di fronte era più giovane di me di una decina d’anni almeno. Bello come lo ricordavo, con i capelli lisci e neri un po’ lunghi sulla fronte, il sorriso quasi beffardo e l’aria scanzonata di sempre. Camicia chiara, un maglione leggero blu, il jeans e le adidas bianche.
“Il tuo cane! – dissi emozionato – avevo capito che era il tuo cane, ma come …”
“Si, è lui” annuì sorridendo.
Entrò, ci abbracciammo.
“Martina, … guarda chi c’è!”
A Martina quasi cadde il bicchiere di mano. Enrico la salutò, si presentò a Franca e si aggiunse alla degustazione estemporanea di salumi, formaggi e vino tinto. Restò in piedi, appoggiato con la schiena alla credenza, scostandosi di tanto in tanto i capelli dalla fronte, un suo gesto classico.
“Come stai?” gli chiesi avvicinandomi con ancora l'espressione vagamente attonita.
“Bene, … non mi posso lamentare” poi si affacciò dal balcone e fece un fischio al pastore tedesco aggiungendo un “non ti allontanare!” che il quadrupede sembrò comprendere alla perfezione.
Lo guardai ancora, allargai le braccia e gli chiesi:
“Ora cosa fai?”
“Vado in giro per il mondo. Ieri per esempio ero al Louvre, me lo sono girato tutto già tre volte. Peccato che Argo non lo facciano entrare”
“A Parigi?”
“Si, ci vado spesso. E’ molto bella. E poi in altri cento posti…”
Il citofono suonò di nuovo.
Martina andò a rispondere, erano altri nostri amici.
“Abbiamo visto la luce della cucina accesa …”
“Avete fatto bene, salite! C’è una sorpresa!”
I tre entrarono nel portone, Edoardo un attimo prima di varcarne la soglia si girò verso il cortile e lanciò uno sguardo in direzione del cane che lo ricambiò con le orecchie tese.
Arrivarono al pianerottolo del secondo piano con il fiatone, incuriositi, la porta di casa era aperta, entrarono e davanti a quella della cucina c’era Enrico in piedi che sorrideva. Edoardo, suo fratello, gli corse incontro e lo strinse a sè con quanta forza avesse in corpo.
Dopo gli abbracci, i sorrisi e le pacche sulle spalle ci trasferimmo tutti in salone, cosa non rara in quella casa che, nelle notti durante le vacanze, diventava spesso una specie di pub. Martina e Franca avevano preso i bicchieri e tirato fuori dal frigo il Carpenè Malvolti, intanto si erano materializzati i vassoi dei dolci di natale ricoperti al miele, fatti da mia nonna. Non ero ancora riuscito a finirli nonostante tutta la mia buona volontà. Sul tavolino troneggiava poi il tagliere, direttamente trasferito dalla cucina, con il formaggio, il salame in parte già affettato e il pane.
Sprofondati sugli accoglienti divani verdi disposti a ferro di cavallo ci scambiammo sguardi stupiti e felici.
Fu Enrico a rompere il silenzio:
“Stavo raccontando a Flavio dei miei giri. Non mi fermo mai nello stesso posto per più di due, tre giorni. Ho visto la California, il Gran Canyon, San Francisco. Ho attraversato l’Africa in lungo e in largo, sono stato sulla barriera corallina australiana… insomma, come diceva quello di Blade Runner – e scoppiò a ridere – ho visto cose che voi umani non potete nemmeno immaginare …”
“Io ho ancora a casa la tua foto sulla Yamaha blu, con il foulard al collo, i Ray Ban e la gnocca che ti portavi dietro…” disse Giacomo
“Beh, ora la moto non me la lasciano proprio usare…”
“E i furti a quel povero contadino?”, era Vincenzo.
Risero di nuovo tutti. Tutti tranne me.
“Capra e pannocchie, potrebbe essere il titolo di un film… e poi scappammo con la Citroen …”
“… Di mia mamma – interruppi io – e chi se lo scorda!”
“Avevamo coperto la targa con un asciugamano da spiaggia…”
“Eh, il mio asciugamano e poi è toccato sempre a me ripulire i quintali di pallette di cacca nel bagagliaio!” ribadii
“E la sera falò con grigliata di carne… e pannocchie” rise rumorosamente Enrico
“Ma come abbiamo potuto!” continuavo a sorridere ma con la testa fra le mani
“E quella nottata passata a fare le battaglie a olio e pomodori?”
“Le munizioni venivano dalla cantina di tuo nonno – disse Edoardo rivolto a me – e il giorno dopo mio padre non capiva perché la porta del garage sembrasse una pizza napoletana…”
“Certo non avevamo proprio un cazzo da fare!” osservò Giacomo
“Vedila così, ci si divertiva con poco... – riprese Enrico – adesso invece giro un sacco, però non riesco a parlare con nessuno. Mi sento un po’ solo ecco. Però pensavo peggio…”
Vincenzo era uscito dalla stanza per rientrarvi subito dopo:
“Ho messo l’acqua sul fuoco…” fece un giro di sguardi e sentenziò “ok, carbonara per tutti” e tornò in cucina.
“E quando per essere riformato ci mancò poco che ti amputassi le dita del piede?” disse ancora Giacomo
“E chi ci restava nei paracadutisti! Comunque – e rise di nuovo – zoppicai per qualche giorno ma tornai a casa!” rispose Enrico. Ridevamo tutti.
“E i numeri da circo che facevate al mare con il monosci?”
Enrico scosse la testa e sospirò.

Il tavolo basso al centro dei divani si era straordinariamente popolato di bottiglie, di vino, Chivas, Rum, piatti di carta ormai vuoti e tovaglioli stropicciati. Erano quasi tre ore che chiacchieravamo, ridevamo, ricordavamo cose fatte assieme e quelle che si sarebbero potute fare. Ci sembrava una cosa del tutto naturale. Sembrava che nessuno si fosse realmente stupito di avere di fronte Enrico, lì davanti ai nostri occhi… con il suo immenso e coinvolgente sorriso. Bello, simpatico e strafottente, esattamente come allora.

Argo raspò con le zampe alla porta. Enrico si alzò
“Devo andare” disse e fece un cenno con la mano come per dire di non alzarci. Raggiunse il suo cane, sulla porta si voltò e ci salutò ancora.
Solo allora ci guardammo tutti impietriti, in silenzio, senza riuscire a muovere un muscolo o dire una parola. Enrico se ne era andato di nuovo.
Come molti anni prima, quando ci aveva lasciato all'improvviso e senza dire nulla, togliendosi la vita. Era il nostro mito. Quello che aveva successo con le donne, che sfidava il mondo con il sorriso in faccia, quello sempre in vena di scherzi, che non aveva paura di nessuno. E non aveva avuto paura nemmeno della morte. Aveva trentatré anni, dieci più di noi, quando lo trovarono chiuso in bagno, follemente appeso a una cintura e con in tasca due lamette. Aveva proprio deciso di partire, di andare. E rimanere per sempre giovane, bello e sfrontato. Lasciando a noi il peso di vivere e invecchiare anche al posto suo. In quelle feste di natale lo vedemmo e gli parlammo per ore. Non fu una cazzo di allucinazione.
Ma non lo raccontammo mai a nessuno.