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giovedì 7 agosto 2008

CHIODI (di Giuseppe Gatto)

“Largo, fate passare!”
Urla.
“Presto, presto, Fabrizio prendi la barella…”
“Spostatevi, forza! Non potete stare qui…”
Concitazione.
“Voi due, venite ad aiutarci!”
“Codice rosso! Angela fai chiamare subito Stezzari, bisogna preparare la sala operatoria: il paziente è grave”
“Forza, al tre. Uno, due, tre. Dai, dai…”
Grande concitazione.
L’ambulanza era arrivata all’ingresso del Pronto Soccorso, ostruito dalla solita auto parcheggiata fuori posto. Ne era seguito un vivace trambusto. Gli infermieri erano saltati fuori dal veicolo urlando, sbracciandosi e chiamando in aiuto altri colleghi.
Dietro l’ambulanza si era materializzata un’auto della polizia giudiziaria, da cui erano scesi tre uomini in divisa ad una velocità da telefilm americano.
Sulla barella un uomo enorme con il volto ed il petto coperti di sangue. Spalle da guerriero spartano, alto quasi due metri, la testa a forma di cubo, un brionvega da dodici pollici con i capelli a spazzola biondi. Un armadio di muscoli con la mascella quadrata, apparentemente di pietra, due prosciutti al posto delle braccia. Per riuscire a tirarlo fuori dall’ambulanza c’erano volute quattro persone.
La barella, cigolando, correva per i corridoi grigi e beige verso la sala operatoria. A seguire i poliziotti, con una mano sulla fondina della pistola ed una sul cappello. L’uomo aveva un chiodo da muratore, di quelli belli grossi, infilato in mezzo alla fronte, ben più della metà. Poco più in alto delle sopracciglia.
Era uno straniero, vivo e in forte stato confusionale. Cercava di dire qualcosa ma pronunciava solo grugniti incomprensibili. Era svenuto, quando si era ripreso si era sentito sballottato, preso di peso e adagiato su un piano rigido, quasi freddo, che tremava, vibrava e si muoveva. Sentiva che lo stavano spingendo, fra rumori e voci, luci come flash che gli accecavano gli occhi, annebbiati dal sangue. Neon bianchi. Odore di disinfettante. Un sogno confuso, fatto di rumori, voci, luci, vista annebbiata…
Lo sedarono e lo spogliarono: su un braccio aveva tatuata la scritta - welcome to hell - con caratteri grossi come carte da gioco. Sul petto lo scontro fra due grandi pugni chiusi, uno contro l’altro, con le vene gonfie e tese, legati da filo spinato, in mezzo la fiamma di un esplosione con sfumature gialle, blu, rosse. Sulla schiena l’opera più imponente: un dipinto-su-uomo di un metro per un metro. Croce celtica tridimensionale al centro e due enormi leoni neri e indaco ai lati, in piedi sulle zampe posteriori, muscoli e tendini tirati, criniera imponente. Lunghe cicatrici sparse un po’ ovunque: sul petto, sul collo, sulle gambe.
Uno che se lo incontri in una strada poco frequentata, ti viene da consegnargli direttamente soldi, orologio e telefonino, … sperando di poterlo poi raccontare agli amici.
Arrivarono i medici mentre l’uomo stava già facendo la TAC. Il chiodo era penetrato nel cervello incredibilmente senza ledere strutture vitali. Questione di millimetri. Un capello più in là e sarebbe morto.
“Non ho mai visto una cosa simile!” disse uno
“Io una volta si, un incidente in un cantiere” disse un altro “però non superò la notte” aggiunse
“Questo è un carcerato, l’hanno portato direttamente da Regina Coeli”
“Avranno cercato di ucciderlo … non mi sembra un incidente”
Medici e infermieri conversavano intorno al Carnera biondo.
“Giusto perché ha una testa come quella di un bue, altrimenti…”
I chirurghi studiavano la TAC: “Vedi, il chiodo ha penetrato la scatola cranica e si è infilato proprio in mezzo ai due emisferi, in una zona ricca di plessi venosi ma sembra non aver provocato danni irreversibili”
“Per come è entrato in profondità l’estrazione diretta con la pinza a cranio chiuso è fuori discussione. Il rischio di emorragia è troppo alto. Dobbiamo aprire”.
Era tutto pronto, il frigorifero umano era già addormentato.
Il tavolo operatorio reggeva ma dovettero inserire due supporti laterali per poter appoggiare anche braccia e spalle del gigante.
I chirurghi praticarono un incisione intorno al chiodo di circa tre centimetri per lato, con una piccola sega elettronica di precisione, poi venne estratto il chiodo grazie ad una pinza abilmente manovrata con un movimento lento e rotatorio dal dottor Stezzari. Contemporaneamente asportarono anche il tassello d’osso come si fa d’estate con le angurie. Per diversi secondi tutta la sala operatoria sembrò trattenere il respiro.
“Cauterizzate tutti i vasi” disse il chirurgo con lo stesso tono fermo delle sue mani. Venne eliminato il pezzo di ferro dal quadrato d’osso e quindi rimesso a posto il tutto.
Le mani e gli arnesi degli uomini in camice si muovevano in modo stupefacente. Le dita scivolavano velocemente fra ossa, cervello e sangue. Sembrava che stessero semplicemente sistemando dei pezzi nel cofano motore di una piccola auto. Ecco qui, un’occhiata al carburatore, una al filtro, un’avvitatina qui, un’altra qua...
“Voilà, come nuovo” disse il neurochirurgo per stemperare la tensione. Il paziente era salvo ma l’intervento era stato tutt’altro che semplice.. La sua equipe a fine intervento partì con l’applauso e non succedeva di frequente, … l’avevano ripreso per il classico pelo.
“Mi chiedo come abbiano potuto fargli questo scherzo, per tenere un bisonte così grosso devono averlo tenuto in sei”
“Forse l’hanno colpito mentre dormiva”
“Però è arrivato con la divisa da giorno” disse un infermiere evidentemente esperto in materia
“Oh, almeno stasera ho qualcosa da raccontare a mia moglie!” disse cinicamente un altro
“Portatelo giù in rianimazione”

Dopo dieci giorni Igor, questo era il nome della montagna umana, si era ristabilito. Era ancora tutto fasciato e debole, piantonato a vista in una stanza dell’ospedale che veniva spesso dedicata ai reclusi ricoverati. Nella stanza c’era anche Alvaro, un delinquente romano che andava per i settant’anni, ricoverato per problemi cardiaci. Igor non aveva cantato, la polizia era convinta che sapesse benissimo chi aveva cercato di ucciderlo ma lui continuava ad affermare di non ricordare nulla.
“Buongiorno gigante” gli disse Alvaro con la voce roca da fumatore
“Ciao” grugnì Igor
“Che t’hanno pijàto pè na parete? Te volevano attaccà ‘n quadro sulla fronte?”
Igor lo guardò senza cambiare espressione e non rispose.
Il vecchio aveva una folta capigliatura, bianca come le sopracciglia, il naso grosso e bitorzoluto, fisico tozzo ma non grasso, nascosto da un pigiama con la giacchetta, azzurro con il bordino bianco. Dopo due giorni i due erano diventati amici. Alvaro gli aveva raccontato tutta la sua vita. Quando era finito dentro le prime volte per piccoli furti: autoradio, portafogli, poi il furto con scasso in una gioielleria, la galera era stata la sua casa, la sua scuola e la sua famiglia. Ne entrava e usciva spesso e volentieri, era un criminale di una volta, di quelli con un codice d’onore. A modo suo era una persona semplice e persino onesta. Poi cinque anni prima in una lite, per difendere sua figlia, aveva ucciso un uomo. Quindi ora sarebbe rimasto dentro per un bel po’.
“E pensare” proseguiva il vecchio “che ormai avevo appeso i ferri del mestiere al chiodo… Oh scusa” scoppiò a ridere “nun volevo fà ‘a battuta!”
Sorrise anche Igor.
La stanza aveva le pareti azzurrine, i letti in tubolari di acciaio che probabilmente avevano pochi anni meno di Alvaro, armadietti e comodini di formica verde e una grande finestra.
“Comunque lo rifarei tutti i giorni. Quel bastardo nun doveva mètte le mani addosso a mi fìja”
“Alvaro” disse Igor senza nemmeno girare la testa, era ancora tutto fasciato e pieno di tubi e flebo.
Il vecchio fece solo un cenno alzando il mento, come per dire – Si, che c’è? –
“Sei un uomo bravo”
“Sono un fregnòne, nella mia vita sò stato più tempo ar gabbio che a casa mia… mò ce s’è messo pure er core a fa er cojòne…”
Si portò istintivamente una mano al petto a controllare che fosse tutto a posto
“A me è successa cosa simile” disse Igor con il suo forte accento dell’est
“Che voi dì?”
“Io sono dentro per rapina armata ma non ho mai ucciso nessuno. Rubato si, da tanti anni. Non credo di saper fare altro. In mio paese facevo combattimenti illegali ma poi sono scappato, non mi piace picchiare, fare male. Troppa violenza.”
“Però c’hai dei tatuaggi che pari un legionario!”
“Me li fece fare il boss, io ero un ragazzo, diceva che così facevo più paura”
“Ma io direi che dovevi fa’ abbastanza paura pure prima” e rise di nuovo.
“Ci hanno preso perché durante rapina mio compagno ha preso ostaggio bambina, minacciava con coltello alla gola. Poteva ucciderla. Gli ho spezzato polso, lui ha cercato di colpirmi con coltello, l’ho colpito, mentre gli altri due pensavano a dividere noi è arrivata la polizia. Uno dei nostri è stato anche ucciso… Un vero casino”
“E sì, … proprio un casino…”
“Ma io lo conosco, non ci avrebbe pensato due volte a sgozzarla come animale…”
“Insomma hai difeso una piccoletta, un tuo compagno è morto e v’hanno arrestato. Mo so cazzi tua! Ho capito perché t’hanno piantato un chiodo ‘n testa. Però ancora me chiedo come cazzo hanno fatto, sei ‘na specie de rinoceronte! … Comunque sai che te dico? Hai fatto bene!”
“Ora me l’hanno giurata, sono italiani, in galera conoscono tante persone. Io sono grosso ma se vengono in venti mi fanno quello che vogliono…”
“E non lo so… Comunque grazie che m’hai detto stè cose. Io sò muto come nà tomba. Nun te preoccupà”
“… Alvaro, c’è un’altra cosa, … il chiodo…”
silenzio
“il chiodo?” lo incalzò l’altro
“me lo sono infilato da solo”
“Cosa?” urlò il vecchio
“Avrebbero cercato di farmi fuori presto. Avevo sentito che spedizione era per la sera. Dovevo uscire per forza. Allora ho tirato fuori chiodo da una panca, l’ho poggiato sulla fronte e ho dato una testata forte al muro…”
“Li mortacci tua!!! Ma tagliate a un piede, fatte male a nà mano, non un chiodo in testa!!! … Eccheccàzzo!”
“Mi volevo solo ferire per andare in ospedale. Una cosa facile ti portano in infermeria di carcere. Chiodo in testa non puoi curare in infermeria… Qua è più difficile che arrivano”
“Ma tu sei pazzo fregato, … e comunque mi sa che sta capocciata l’hai data troppo forte! Li ho sentiti gli infermieri che chiacchieravano. Il chiodo ce l’avevi proprio dentro il cervello. Ti conoscono tutti in ospedale. Sei una specie di leggenda. Diceva il dottore che chiunque altro sarebbe finito al creatore. Diceva che tu c’hai un capoccione esagerato e che hai avuto un culo incredibile… Sei proprio matto” e si battè energicamente l’indice della mano sinistra sulla tempia scuotendo la testa per rafforzare il concetto
“Non avevo scelta, però sì, … capocciata troppo forte… Prossima volta più piano”
“Prossima volta?” disse Alvaro sgranando gli occhi
“Scherzo…” rispose Igor con una risata fioca e debole. Sembrava ridere più con il corpo che con la voce.
In quel preciso momento si sentì un urlo soffocato ed un tonfo. Entrò nella stanza un uomo magro con barba e capelli lunghi, aveva un ghigno marcio di denti gialli. Occhi piccoli e incavati, lo sguardo freddo di un professionista. Fu meno di un istante: alzò la mano destra e la rivolse verso Igor, stringeva nel pugno una pistola con un lungo silenziatore. Il rumeno sbarrò gli occhi, il killer stava per premette il grilletto quando gli piombò in piena faccia una bottiglia di acqua minerale. Il preciso lancio di Alvaro lo prese in pieno. Il proiettile si infilò nel soffitto. L’effervescente naturale da un litro esplose in faccia al killer disegnando tutto intorno un quadro astratto di pezzi di vetro verde e sangue. Igor guardò il vecchio stupito e incredulo.
“Grazie!” balbettò
“Ma te pare!” rise Alvaro
Il gigante si alzò tirandosi dietro tubi, fili, elastici e flebo, che strappò via. L’uomo si stava rialzando, Igor gli piantò un cazzotto in faccia che avrebbe tramortito un bufalo, poi si impadronì della pistola che mise nella cintola dei pantaloni. Si avvicinò ad Alvaro, gli prese la faccia fra le sue manone lo guardò negli occhi e gli sorrise di nuovo:
“Bella mira… Vai via da questa stanza, questo non si rialza subito ma potrebbe esserci qualcun altro…”
“Vai via te, corri. Che a me ce bado io…”
Il rumeno lo abbracciò poi uscì dalla stanza. Vide il poliziotto esanime davanti la porta, forse colpito in testa con il calcio della pistola. Si sincerò che fosse ancora vivo, poi cominciò a correre per i corridoi…

Alvaro era rimasto seduto, si portò la mano al petto, una fitta acuta – il lancio della bottiglia – pensò. Si mise a ridere fra sé:
“Però che tranvata che j'ò dato a stò stronzo!”.
Un’altra fitta, più forte della prima, al petto e al braccio sinistro.
Gli si disegnò sul viso una smorfia di dolore, la bocca tirata in un sorriso stupito, e si accasciò di fianco sul letto.