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mercoledì 27 febbraio 2008

LA SEPPIA DIVENTO' UNA MELANZANA (di G. Gatto)


“Marceeellooo...”
Ore 7.30, era cominciato il rito del disgelo.
“Alzati, … è tardi!”
Era sempre tardi per lei. E non era più credibile. Alzò rumorosamente le tapparelle continuando a sgolarsi:
“Foorzaaa!!!”
Marcello grugnì con la bocca incollata da vinavil e segatura, o almeno così la sentiva.
– Non può essere tardi, non saranno nemmeno le otto... – pensò al rallentatore.
La sveglia automatica vocale intanto continuava inesorabile ogni tre minuti
“Marceeellooo!!!”
Ma il ragazzo doveva affrontare una cosa mica da ridere. Il ritorno alla vita dallo stato di ibernazione. Il ritorno a fatica ad una temperatura normale. E’ così che si sentiva Marcello De Bartolo, detto Etabeta, tutte le sante mattine che Manitù metteva in terra. Non riusciva a svegliarsi. Continuò ad entrare ed uscire dal sonno e dal sogno. Sognava che era sveglio e che si stava alzando o sognava che non riusciva a svegliarsi. O sognava che si era alzato ma poi si era ributtato sotto le coperte o persino che era già vestito e per strada.
Muscoli, nervi e tendini non rispondevano ai comandi. Era l’effetto della criostasi. Come se durante la notte degli alieni gli avessero nebulizzato addosso ghiaccio secco e azoto liquido. Una strana statua di ghiaccio morbida. Per riprendere lentamente contatto con la vita ci metteva almeno trenta minuti di travagliata sofferenza. Sentiva riaffiorare i suoi sensi piano, uno alla volta, ricominciava a udire, anche se in modo piuttosto ovattato e con un ronzio che andava e veniva, sentiva il sangue che riprendeva a scorrere nelle vene ma aveva braccia e gambe ancora troppo pesanti per riuscire a muoverle. Formicolio alle estremità. Un formicaio intero lo stava assalendo. Si sentiva debolissimo e semi-paralizzato. La capacità di riuscire a muovere correttamente la bocca ed articolare dei suoni diversi dai grugniti era uno degli ultimi stadi del ritorno alla realtà. Anche la vista era rallentata e sfocata. Poi a disgelo completato ci vedeva benissimo. Come un falco.
“La sera non ti coricheresti mai e la mattina non ti sveglieresti mai!” erano le parole del nonno che venivano anticipate dal suono del suo mazzo di chiavi che portava sempre in mano e muoveva come una campanella. Arrivava a dare manforte alla mamma.
Non era colpa sua. Marcello, per una misteriosa alchimia, viveva perfettamente allineato con il fuso orario di New York. La notte era in piena attività. Scoppiettante. La mattina alle sette era la notte fonda di una persona normale. Viveva sei ore indietro.
Cominciò a scorgere la luce che entrava dalla finestra, vide la mamma che muoveva le labbra come un pesce. La vedeva alla moviola ed ancora non poteva sentirla, era ancora una figura irreale ed ectoplasmatica.
La lotta con Morfeo sortì finalmente effetto. Grazie al cocktail di urla reiterate e luce accecante del sole alle 8.15 Marcello si alzò. Aveva l’occhio e l’espressione vispa di una carpa di lago pescata da diverse ore.
Il tempo stringeva ma era tutto calcolato al minuto. Si tuffò sui vestiti buttati la sera prima per la stanza. Ci si infilò letteralmente dentro. Si sciacquò in modo superficiale la faccia ignorando la spremuta di arancia che la mamma gli preparava con amore tutte le mattine e che lui non aveva mai bevuto, ingurgitò al volo una zuppa semi-solida e tiepidina di latte e biscotti, prese lo zaino e si lanciò giù per le scale.
- 8.25, fra cinque minuti suona la prima campanella -
Doveva ancora attraversare il campo di pannocchie, la ferrovia, seminare il solito branco di cani randagi… C’era una strada più comoda ma questa scorciatoia gli permetteva di guadagnare sette preziosissimi minuti.
- Le 8.30, fra cinque minuti suona la seconda campanella, poi chiudono il cancello... -
Etabeta era sudato, con il fiatone, tutte le mattine la stessa corsa furibonda. 8.39, il cancello si stava chiudendo, riuscì ad arrivare a bomba sull’anta, mise dentro un piede per bloccarla, il solito scambio di complimenti sulle rispettive mamme con Caronte, il bidello di guardia all’ingresso, e via in aula.
Una scuola di provincia a Montebasso, un paesetto nemmeno tanto piccolo affogato in una vallata circondata dalle montagne della Sila e del Pollino. Un piccolo miracolo climatico: caldo afoso e umido l’estate, da togliere il respiro, con zanzare grosse e aggressive come pterodattili, freddo glaciale e umido l’inverno. Uno dei pochi posti in Calabria dove faceva capolino persino la nebbia.
La prof stava già spiegando. Nel corridoio il barrito di un elefante. Era sempre lui, sedici anni di beata allegria e sfrontatezza. Magro, capelli lunghi e mossi, occhi azzurri. Il risveglio era ormai completo.
“Il signore è arrivato? Se continui a fare questo chiasso ed arrivare sempre in ritardo te ne faccio pentire!”
“Mi scusi Professoré…” e dicendo questo, con la frase ancora a mezz’aria vomitò in mezzo ai banchi. La prof, una povera semplice mamma di famiglia si sentì mancare e vomitò anche lei. Etabeta lo faceva apposta. Così, all’impronta, senza premeditazione. Aveva esagerato con la birra la sera prima e la corsa verso la scuola aveva creato un certo conflitto fra i residui del luppolo e lo zuppone latte&biscotti. Fuori la classe il colpo di improvvisazione del tutto inutile e gratuito, due dita in gola, il primo conato, era entrato ed aveva scodellato il regalo caldo caldo alla platea. Il parapiglia era poi durato una buona mezz’ora. Luigi, il bidello zoppo e obeso come un tricheco, aveva portato un tè alla prof che lentamente si era ripresa. Lui aveva imbastito tutta una storia che si era sentito male, si scusava molto, non gli era mai successo…
E la prima ora di storia era praticamente sfangata.

Matematica. Arrivò il professor Sartorio, un uomo vicino alla pensione che avrebbe volentieri dato fuoco alla scuola ed agli alunni. Soprattutto agli alunni. Completamente sfiancato dalla vita e dalla routine. Come tutte le mattine aprì il giornale e lo sfogliò per dieci, quindici minuti. De Bartolo e Barsazzi cominciarono una competizione sputando delle minuscole palline di chewingum con la bic priva del pennino. La gara consisteva nel colpire le chiome delle ragazze più antipatiche. Cioè tutte! La bic era un’arma strategica non convenzionale condannata dalla convenzione di Ginevra. Poco rumorosa, facilmente occultabile in una mano, rapida ed inesorabile come un fucile di precisione. Ravizza e Laporelli, altri due nullafacenti storici, misuravano invece la loro abilità in esperimenti di pirotecnica minimalista. Con alcuni cerini e la carta stagnola del pacchetto di sigarette confezionavano dei minuscoli razzi a quattro piedini che accesi compivano una parabola di un paio di metri, una simpatica fumata bianca, il classico rumore di cerino acceso ed una puzza acre e persistente. L’abilità stava nel beccare, con un pizzico di fortuna, un lembo di pelle, un colletto di camicia, provocando piccole ustioni ed un po’ di innocuo panico in aula.
Alfieri e Tecchiardi stavano cantando Pino Daniele, ma non a livello dilettantistico. Per l’esattezza loro non cantavano e basta facevano proprio l’orchestra, la base musicale e tutto. Uno faceva “taps-tan-taa-daaa, ... taps-tan-taa-daaa” e l’altro “yes-I-know… my-way…”, batteria, chitarra e sassofono… riuscivano ad esibirsi con la bocca semichiusa, mentre apparentemente sorridevano di un sorriso ebete. Erano difficilissimi da individuare. Si sentiva la musica, sembrava provenisse da lontano, ma non si capiva, nemmeno guardandoli fissi, che erano loro a cantare. E poi il prof stava pensando ad altro. Finì di leggere il giornale, assegnò alcuni esercizi di algebra aramaica e si allontanò dalla classe.
Si accavallarono piccole tragedie. Britti fu colpito da un razzetto e lanciò un urlo quasi ultrasonico, Matarazzi emetteva invece gridolini isterici perché nella sua folta chioma aveva appena scoperto un allevamento di palline di gomma americana. Scoppiò a piangere. Avrebbe dovuto procedere ad una discreta sfoltita dello scalpo, mentre i due cecchini commentavano:
“Quella già è brutta con i capelli lunghi, chissà domani!”
“Ma zitto, magari migliora!”
Fra la seconda e la terza fila di banchi partì spontaneamente un torneo improvvisato di schiaffo del soldato, variante violenta a doppio schiaffo e doppio colpevole.

Federico Tirollo, il più antipatico della classe, era assente. Uno sfigato da manuale. Un po’ più magro, brutto e allampanato di quel regista horror tanto famoso. La faccia perennemente triste, il volto emaciato. Quando lo vedevi ti veniva da toccarti immediatamente i bargigli!
Probabilmente era ridotto in quello stato anche a causa dei genitori, due isterici nevrotici. La mamma di Tirollo era stata la maestra alle scuole elementari di Etabeta ed essendo molto severa ed esigente mentre il suo alunno era un discolo ancora in erba ma già piuttosto vivace se ne fecero di tutti i colori. A vicenda.
Una volta lo aveva sbattuto fuori dalla classe ma Marcello non si era fatto trovare impreparato ed aveva con sé un grosso sacchetto di biglie, rubate ai grandi magazzini giù in città, che sparse con dovizia per l’ampio corridoio. Quando suonò la campanella della ricreazione successe il finimondo: gambe all’aria, tuffi carpiati, panico, urla e qualche lieve ferito.
Non lo mandò più fuori dalla classe ma lo puniva sempre in modo eclatante. Era nata una forma di competizione, comunque impari visto il ruolo e il potere della maestra. In piedi dietro la lavagna per tutta l’ora, tremende bacchettate con un grosso righello di bachelite sulle nocche delle dita, in ginocchio davanti la cattedra, con i compagni -fetenti!- che gli tiravano di tutto e lei che faceva finta di non vedere. Quella cosa gli rimase particolarmente impressa nella mente. Etabeta l’aveva giurato: “non sarà oggi, non sarà domani, ma prima o poi te le farò pagare tutte!”.
Il fato malvagio e bizzarro fece finire il figlio fesso della maestra cattiva proprio con la vittima prediletta di quest’ultima, diventato intanto uno scaltro capobranco.
Era quindi nata una faida naturale, una vendetta trasversale a oltranza che era rafforzata dal fatto che il povero Tirollo sembrava meritare effettivamente tutte le angherie di cui era vittima. Era un predestinato. Sarebbe stato lo zimbello del gruppo anche senza l’aiuto della mamma. Il classico primo della classe. Non suggeriva mai, non passava mai i compiti, gli appunti, non dava mai una dritta, anzi se poteva, sempre con quella espressione da usuraio malinconico, cercava di danneggiare i compagni. Indossava delle camicie tristissime con degli improbabili maglioncini scollo a vu. La mamma aveva solo peggiorato una situazione già complicata di suo.

Qualche giorno prima c’erano state le elezioni d’istituto: i rappresentanti di classe ed altra roba simile. Camillo Piccolo uno dei fedelissimi della banda era al lavoro in segreteria.
“Eta, guarda qua!”
“Che è?”
“Fogli di carta intestata del Preside, già timbrati. Sono stato tutta la mattina in segreteria”
gli occhi di Marcello brillarono.
“Grande Orso!”
“Ho anche le buste naturalmente” e sollevò le sopracciglia dalla felicità!
Lo chiamavano Orso perché a dispetto del cognome era grande e grosso come un grizzly. Per la verità ricordava più un panda per quanto era buono, un ragazzone dall’espressione tenera.
I due si consultarono rapidamente con Pelorosso, Vespino, Superiàm e MacEnroe. Il plotone al completo o quasi.
“Dai, prepariamo la brutta copia, poi andiamo a casa di Mac e la battiamo a macchina”
Pelorosso si mise all’opera.
“Egregi Signori Tirollo…”
“ok, e fino a qui….”
“… con la presente siete convocati con urgenza da parte del Preside…”
“no, metti – …la scrivente… – “ disse Vespino
“… da parte della scrivente Presidenza dell’Istituto Liceo Scientifico Statale Michelangelo Palleschi. E’ impellente l’esigenza di un approfondito confronto con le S.V. in ordine ad alcuni incresciosi episodi di cui si è reso protagonista lo studente …”
“rafforza, metti – e vostro figlio… - disse Superiàm
“… e Vs. figlio Tirollo Federico. Il nostro personale ha purtroppo accertato che il suddetto Tirollo Federico fa uso sconsiderato di sostanze stupefacenti anche all’interno dell’edificio scolastico e nelle ore deputate alle lezioni e cosa ancor più grave è stato sorpreso nei bagni...”
“no aspetta, bagni è poco aulico” fece Etabeta “metti – gabinetti – … anzi no, scrivi – luoghi di decenza! –”
“ah ah ah ... fantastico, vai, vai...” fecero in coro MacEnroe e Vespino
“... è stato sorpreso nei luoghi di decenza riservati alle donne in atti osceni nei confronti di due studentesse trovate in evidente stato di panico e crisi di pianto.”
“Mi sembra che può andare!” disse Pelorosso guardando con soddisfazione il foglio
“Non è che abbiamo esagerato?” disse Vespino
“Secondo me si mettono pure a ridere, … che scrive così un preside?” fece Orso
“Scrive pure peggio! E’ che non se la possono bere! Quello non tocca nemmeno una sambuca figurati gli stupefacenti! Poi la storia dei cessi con le due smandrappate è proprio pura fantascienza, quello sicuro la patata non l’ha mai vista nemmeno in fotografia!” disse Superiàm.
“Oh, ragazzi, non ci dimentichiamo che la spediamo su carta intestata, con timbro e firma, la busta… Se sono i coglioni che tutti crediamo che siano ci possono pure cascare!” fece Etabeta.
“Io approvo. Diamogli una riletta, una sistemata, prepariamo l’originale ed imbuchiamo” disse risolutivamente MacEnroe.

Era arrivata la lettera. Ecco perché Tirollo era assente.
Non gli bastava che tutte le serate, a qualsiasi ora tornassero a casa i suoi compagni di classe passavano a dare una suonatina al suo citofono.
“Notte ragazzi”
“ciao, oh, chi passa a salutare Tirollo?”
“Vado io, sono di strada”
ogni sera, a mezzanotte, all’una, alle due, il citofono suonava inesorabilmente.
“Secondo me ormai si sono abituati”
“ma magari lo staccano...”
“ho una zia che abita nello stesso palazzo, non si può staccare è di quelli fissi al muro!”
“Allora quando passo gli lascio inzeppato pure uno stecchino…”

Quella iena della mamma a momenti sveniva, Federico aveva provato balbettando a negare tutto, effettivamente non sapeva nemmeno di che stessero parlando! Non gli avevano creduto neppure per un attimo! E quella totale mancanza di fiducia lo aveva destabilizzato. Se lo meritavano quel figlio. E lui si meritava quei genitori. Il seguito si seppe solo più tardi. Dopo un’ora di interrogatorio, di urla, strepiti, minacce di chiuderlo in collegio ed un’altra folta lista di punizioni e maledizioni, dopo vari accenni di svenimenti della mamma che continuava ad alzarsi e ributtarsi sulla poltrona con le mani sulla faccia, il papà rosso di rabbia gli mollò un ceffone da olimpiadi greche. Un gesto atletico di notevole portata. Con quella forza impressa alla rotazione del braccio e la rapidità dell’esecuzione se avesse lanciato un disco o un giavellotto avrebbero percorso una parabola da podio. L’unico risultato fu invece un occhio nero e gonfio, preciso ad una seppia.
I due campioni si presentarono in Presidenza il mattino seguente. Di buon ora. Con il figlio in mezzo a loro che faceva tanto Pinocchio fra i gendarmi. La seppia era diventata intanto una melanzana.

Il preside li ricevette intorno alle dieci, guardò e riguardò la lettera, chiamò la segretaria, fece altre due telefonate, non si capacitava. Non sapeva nulla di quella storia ma la lettera sembrava proprio uscita da lì. Anche i toni erano quelli che lui stesso usava per convocare i genitori e dato che non gli succedeva proprio di rado era andato in confusione. Tirollo era uno che passava inosservato, non lo si notava né nel bene, né nel male. Al Preside sembrò di vederlo quella mattina per la prima volta. Dopo mezz’ora di consultazioni con papà e mamma Tirollo bianchi come cadaveri e nervosissimi, finalmente il Capo del glorioso Istituto Michelangelo Palleschi sentenziò:
“E’ un falso. Questa lettera non l’ho scritta io e nemmeno uno dei miei incaricati. O c’è stato uno scambio di persona un errore nel nominativo del ragazzo, cosa che stiamo verificando, oppure trattasi di abile falso” e dicendo queste ultime parole si abbassò gli occhiali sul naso riguardò la lettera da molto vicino e aggiunse: “la carta intestata sembra proprio la nostra, l’hanno fatta uguale…”
Papà Tirollo scoppiò come un clown-con-la-molla dalla scatola magica. Saltò in piedi rosso come un peperone e cominciò ad inveire contro tutto e tutti
“Questi delinquenti dovete arrestarli! Dovete scoprire chi è stato! E’ una vergogna! Come potete permettere che accadano queste cose! Io non avevo creduto per un solo attimo a questa farsa. Conosco mio figlio! Ma ... si metta nei miei panni, ... una lettera del Preside!!”
E il preside cercava di calmarlo: “ora si calmi, su, è tutto finito, si tratta di un episodio increscioso, uno scherzo di pessimo gusto…”
“Io li ammazzo, li ammazzo tutti!!!”
Anche la mamma riprese colore e passò anche lei all’attacco:
“sono quei bastardi dei compagni di classe, quei grandissimi figli di gran put…”
“signora la prego un po’ di contegno!”
Intanto erano entrati in presidenza la segretaria, due professori, Caronte e un altro bidello
“ma che sta succedendo?” disse un professore
“niente niente, uno spiacevole malinteso…” cercò di minimizzare il Preside ma non lo lasciarono nemmeno finire, il duo Tirollo urlando all’unisono incalzava:
“quei pezzi di merda tutte le notti vengono a citofonare mentre dormiamo!”
“e fanno scherzi al telefono!”
“due mesi fa hanno cacato sullo zerbino! Sono stati loro ne sono sicura!”
“Io li ammaaazzo!”
Non ci fu verso di calmarli. Il preside dovette acconsentire alla richiesta del papà di Federico. Voleva guardare in faccia i compagni di classe del figlio. Giurò al Preside che non avrebbe perso la calma, voleva solo guardarli negli occhi.
“Vede” cerco di convincerlo il Preside “non abbiamo la benché minima prova che siano stati loro. Sulla base di semplici supposizioni non possiamo…”
“Preside, voglio solo dire loro che queste cose non si fanno. Con molta calma. Se il colpevole o i colpevoli non sono in quella classe poco male. Una ramanzina fa sempre bene”
“ma io non posso farla entrare...”
“Preside, la prego! Li voglio solo guardare negli occhi. E’ un fatto educativo…”
A educativo il preside si arrese.

Papà Tirollo entrò in classe proprio nel momento in cui questa sembrava l’arena di un circo al momento dei saluti: tutti gli artisti in pista e l’orchestra in piena attività. Alfieri e Tecchiardi cantavano la Turandot a doppio coro, Britti urlava e si dimenava per l’ustione da razzetto, "... maaailmiomisteroèchiusoinmeeee...", in aria ancora fumo e puzza della breve missione spaziale, "... ilnomemio-nessun-sapràaaa...", la Matarazzi circondata da quattro amiche piangeva i suoi capelli, "... all'albaviiin-ceròoooo...", il torneo mediavale di schiaffo violento del soldato era nel suo clou!
“Sileeeenzio!!! Tutti seduti” urlò il preside che di solito sembrava un lord inglese
“dov’è il professore?”
“Starà passeggiando il cane” disse qualcuno dagli ultimi banchi
“Chi è che fa lo spiritoso?!...”
Papà Tirollo non lo fece nemmeno finire ed attaccò in totale disarmonia con le sue buone intenzioni:
“Siete dei bastardi, dei figli di grandissima…”
“Sig. Tirollo la prego!!!”
“… io vi vengo a prendere a casa vostra uno per uno… Vi rompo il culo!!!” e dicendo questo cercava di divincolarsi dal preside che lo teneva per un braccio per infilarsi fra i banchi e farsi giustizia sommaria da solo… La moglie urlava anche lei e lo tirava per l’altro braccio.
“Signor Tirollo!!!” il preside cercava inutilmente di riprendere il controllo della situazione. Quello sputava bava ed inveiva come una tigre feroce, aveva il volto ormai paonazzo e le vene del collo gonfie e tese che sembravano dover scoppiare da un momento all’altro. Ci volle tutta la buona volontà di Caronte e Gambadilegno, richiamati dal gran baccano, per riuscire a fermarlo. Intanto Federico era rimasto vicino la porta mogio mogio e con la faccia pesta tipo Rocky IV alla fine dell’incontro. Osservò mestamente il padre, che ancora gridava a squarciagola e si dimenava come una tarantola, trascinato di peso verso l’ingresso della scuola con la mamma nella sua consueta crisi isterica che prendeva a borsettate Gambadilegno, a calci Caronte e viceversa.
Rimase lì impassibile. I sei lo guardarono, lui guardò loro. In classe calò un silenzio gelido.
“Certo bello scherzo del cazzo!” mormorò Federico con un filo di voce e gli occhi bassi e si andò a sedere al suo posto, al primo banco.
Per la prima volta forse gli amanuensi e battitori a macchina della falsa lettera provarono per lui un po’ di pena ed un principio di pentimento.
Questo non impedì a quella merda di Barsazzi di colpirlo in piena nuca con l’ultimo proiettile di gomma americana rimasto inesploso nella bic.
di Giuseppe Gatto