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mercoledì 28 novembre 2007

L'ELEFANTE BLU (di G. Gatto)


Un uomo scendeva giù per il sentiero, un piccolo corridoio fra le sterpaglie, verso gli argini del Tevere. Appena fuori città. Capelli bianchi e passo incerto, indossava stivaloni verdi di gomma, un giubbotto marrone pieno di tasche. Stretta in una mano la canna da pesca e nell’altra borsa e cestino. Avrebbe passato la mattinata a pescare cefali, cavedani e alborelle.
Erano le prime ore di una mattina di inverno. Fresca. L’aria pungeva il naso e le nocche delle dita. Ad ogni respiro l’uomo emetteva una nuvoletta di vapore che lui guardava compiaciuto, con gli stessi occhi di un bambino. Scelse il posto, aprì una piccola sedia da campeggio, si accomodò e cominciò ad armeggiare con i suoi attrezzi. Stava infilando il verme sull’amo, cosa che gli procurava sempre un po’ di fastidio e pena per l’animaletto, ed il suo sguardo venne attratto da qualcosa lungo il fiume.
– Mio Dio! –
Il suo volto si contrasse in una smorfia.
Gridò aiuto ma non poteva sentirlo nessuno. Se ne rese conto subito. In acqua galleggiava un corpo. Prese un lungo ramo, agganciò il cadavere e lo avvicinò alla riva che in quel punto faceva un’ansa. Si sedette sotto shock. Con il cellulare chiamò la polizia. Poi rimase lì, immobile, a fissare quella schiena piccola, nuda. Inanimata.
l’Ispettore Liguori e l’agente Marangoni furono i primi ad arrivare sul posto. Il primo sulla quarantina, pochi capelli in testa, barba corta e appena brizzolata, fisico robusto ma agile, sguardo determinato. Il collega aveva invece il fisico alla Sancho Pancha, il fido scudiero di Don Quixote. Era tutto sudato, nonostante la temperatura, e seguiva il suo capo ansimando ed incespicando ogni cinque, sei passi.
Il Pescatore era seduto con le mani sulla faccia. Piangeva. L’Ispettore in piedi a fianco a lui, il cadavere a pancia in giù nel fango con le gambe ancora immerse in acqua, Marangoni con la faccia nel fango anche lui, l’ultimo ciottolo traditore gli aveva fatto perdere l’equilibrio ed era caduto rovinosamente in avanti come un rinoceronte falciato dal fuoco di un bracconiere.
Liguori lo guardò sconsolato. Scosse la testa:
“Marangoni alzati, aiutami dai!”
I due trascinarono per le braccia la ragazza fuori dall’acqua, con tutta la delicatezza che gli riuscì. Era una ragazza. Quando la girarono ebbero un sussulto, il volto era completamente sfigurato ed a questi spettacoli non ci si abitua mai.
“Avrà avuto venti anni al massimo” disse Liguori “chiama la scientifica”
“... veramente ho lasciato la radio in auto”
l’altro sospirò e mise mano al suo cellulare. Intanto il collega disse fra sé e sé:
“una prostituta finita male...”
“può darsi ...” l’Ispettore allargò le braccia. Con l’espressione del volto e lo sguardo chiese un po’ di rispetto per la poveretta.
Negli ultimi anni erano stati non pochi i casi, spesso irrisolti, di giovani prostitute, di cui Roma andava popolandosi sempre di più, rapinate, stuprate, uccise da clienti fuori di testa o più spesso dagli sfruttatori. L’Ispettore era stato trasferito da poco a Roma da un piccolo centro del meridione e per sua stessa candida ammissione conosceva poco questo fenomeno.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, Liguori incontrò nel suo ufficio il collega della Medicina Legale:
“allora, cosa mi dici?”
“donna bionda, carnagione chiara, probabilmente dell’Europa dell’Est...”
“minchia, Alfieri, mi stai dando delle notizie sconvolgenti!” lo interruppe l’altro. Lui tossì, quasi senza cogliere l’ironia e continuò:
“... circa diciassette anni, è stata violentata, brutalmente direi, e picchiata in modo selvaggio. Ha brutti segni ed ecchimosi in tutto il corpo. Ha lottato, si è difesa. I colpi più profondi sono stati inferti sul volto e sulla testa con un oggetto contundente di forma piatta. Non è morta per le percosse, aveva acqua nei polmoni. Questo vuol dire che quando è stata gettata o è caduta nel fiume era ancora agonizzante, forse priva di sensi. Le ferite erano molto gravi, di sicuro sarebbe morta ugualmente, ma tecnicamente il decesso è avvenuto per annegamento, circa quattro giorni fa”.
Liguori prese fiato, si passò nervosamente una mano sulla fronte
“qualcosa per l’identificazione?”
“Nulla che possa aiutarci granché, l’unico debole indizio che abbiamo è un tatuaggio, un piccolo elefante blu sulla caviglia destra. Probabilmente era una mignotta...”
“finora eri andato benissimo” lo gelò l’ispettore “verifichiamo anche l’impronta dentaria. A dopo, grazie”.
“A dopo”
Alfieri andò via con una faccia dubbiosa
Liguori chiamò un agente:
“non abbiamo molti indizi, controlliamo tutte le denunce di giovani donne scomparse negli ultimi mesi, scandagliamo il mondo della prostituzione, voglio dei rastrellamenti nelle zone a nord di quel tratto di fiume e in tutta la zona sud della città. Cerchiamo di mettere un po’ d’ansia ai nostri informatori e setacciamo le baracche lungo il fiume. Vediamo cosa salta fuori”
“Vabbene capo. Tutto chiaro”

L’Ispettore aprì la porta di casa, ad aspettarlo la moglie, un grosso batuffolo maleodorante di nome Poldo, salvato anni prima dalle sbarre del canile e la figlia Chiara, ultimo anno di liceo, piena di vita, capelli rossi e lentiggini.
“Ciao Giorgio” lo salutò la moglie
“ciao Pà, com’è andata oggi?” fece da coro Chiara
“una giornataccia amore”
“e quando mai, rispondi sempre così!”
“si, hai ragione, ma oggi lo è stata veramente. E dopo cena devo tornare alla centrale per degli interrogatori”
“e no, eh! Dopo cena dovevamo andare da mia cugina!”
era la moglie Vanessa, una bella donna dal carattere forte e i modi un po’ bruschi, che si era affacciata dalla cucina
“me ne ero dimenticato, scusa, ma devo andare, e per via di un omicidio. Una ragazza trovata assassinata...”
“Ah, quella del fiume?” lo interruppe Chiara “ne hanno parlato in televisione”
“Si. Aveva più o meno la tua età”
Poldo abbaiò in debito di saluti e carezze e appoggiò le sue zampotte sui pantaloni del padrone.
Vanessa si allontanò sbuffando
“in tv parlavano di una prostituta, un probabile regolamento di conti negli ambienti della malavita straniera. Certo che se una fa quella vita i problemi se li va a cercare...” disse Chiara.
Giorgio contrasse la mascella, dovette fare uno sforzo enorme per non mollare un ceffone alla figlia ma la voce che gli uscì fuori era quasi peggio:
“tu non sai di cosa stai parlando. Non ti rendi conto. Finché queste frasi le sento dire ai miei colleghi passi, ma in bocca a te...”
Chiara abbassò gli occhi e non rispose.
La mamma si affacciò nella stanza
“siamo tornati a casa nervosi?” poi si rivolse alla figlia
“vestiti che andiamo io e te da Alessandra, ceneremo da loro”
E di nuovo al marito
“se vuoi qualcosa da mangiare apri il frigo e poi rimetti tutto a posto. E prima di uscire porta fuori il cane”.
Poldo capì che si parlava di lui è guaì un po’ prima di andare ad accucciarsi davanti la porta d’ingresso con il guinzaglio in bocca.
L’Ispettore ingoiò il rospo maledicendo il giorno in cui si era sposato. A giorni alterni malediceva il suo lavoro e il suo matrimonio. Di sicuro l’uno non giovava all’altro.
Dopo la passeggiata con il quadrupede peloso comprò una robusta porzione di pizza al taglio e tornò in centrale.

“Buonasera Ispettore, lo accolse l’agente Marangoni, abbiamo di là delle fermate...”
“si, ... dell’autobus! Arrivo”
L’agente aggrottò la fronte. L’altro, con la pizza ancora a metà, lo salutò con un cenno del capo e andò nella stanza in fondo al corridoio.
Le ragazze erano per lo più europee, battevano i piedi infreddolite, poco più che bambine ma lo sguardo tradiva i segni dell’essere dovute crescere ed affrontare le cose peggiori della vita maledettamente troppo in fretta.
Vestite alcune in modo provocante, altre infagottate in abiti normali e modesti ispiravano più che altro tenerezza.
“Come ti chiami?” chiese ad una biondina con i capelli chiusi in una coda, piccola e mingherlina, occhi azzurri e spaventati.
“Olga” disse lei. Indossava jeans, stivali con tacchi alti e giubbetto di pelle bordeaux, “sono Moldava”.
E non ci fu verso di farle dire altro.
Alle spalle dell’Ispettore un collega disse:
“queste hanno paura, non dicono nulla. Qualcuna ammette che stava battendo ma dice che lo fa per scelta. Non è facile riuscire a cavargli qualcosa di bocca...”
L’Ispettore diventò più diretto
“siete qui perchè abbiamo bisogno di aiuto. Una di voi qualche giorno fa è stata uccisa a pugni in faccia, spogliata e buttata nel fiume come uno straccio vecchio”
una ragazza si mise le mani sul volto e scoppiò a piangere, un’altra sgrano gli occhi, saltò in piedi e soffocò un urlo.
“Abbiamo bisogno che ci aiutiate capire chi è e chi le ha fatto fare questa fine del cazzo”.
Diverse ragazze decisero di collaborare. Alcune erano talmente spaventate che trovarono il coraggio di denunciare i maiali che le costringevano a fare le puttane.
Helena, capelli castani tagliati a caschetto, occhi verdi, sorriso dolcissimo e vestitino nero molto succinto aprì gli argini:
“ho venti anni, sono venuta in Italia un anno fa, mi ha convinta mio fidanzato. Faceva il muratore, così diceva lui, mi aveva promesso un lavoro, una casa, dei figli. Mi voleva sposare” ricominciò a piangere “appena sono arrivata da Romania è cominciato l’inferno. La mia vita è finita. Il mio uomo mi ha venduta ad altri uomini. Animali. Lui non l’ho più visto. Sono stata picchiata, violentata, torturata per giorni. Non avevo più lacrime per piangere. Dovevo fare la puttana o morivo. Ma ora tanto mi sento già morta. Non ce la faccio più...”.
Così era cominciata la sua nuova non-vita. Tutte le notti per strada a vendersi per mettere insieme centocinquanta, duecento euro che finivano in tasca ai suoi aguzzini.
“Le prime parole italiane che ho imparato sono state: - trenta euro, bocca e scopare, andiamo amore? - ...”
Liguori ebbe un lieve giramento di testa. Fece un respiro profondo
“se denunci i tuoi sfruttatori possiamo aiutarti. Fidati”
“Ho paura, ... si, non ce la faccio più ...” abbassò lo sguardo, annuì con la testa “va bene” guardò negli occhi l’ispettore “... grazie”.
La portarono a vedere il cadavere.
“No, non l’ho mai vista” disse Helena.
Gli interrogatori proseguirono per ore.
Ivona, diciottenne ucraina, fisico da sportiva, alta, spalle larghe, capelli lunghi e mossi. Anche lei si decise a fare i nomi dei suoi carnefici, nonostante fossero quasi riusciti a spezzarle ogni velleità di ribellione. Neanche lei fu però in grado di aiutare la polizia per il riconoscimento.
Poi Inna, magrissima, quasi anoressica, con i capelli nero fulvo:
“questa vita mi fa schifo ma sono scappata dalla miseria, dalla disperazione, ho provato a lavorare come cameriera ma non ce la facevo nemmeno a pagare l’affitto. Un’amica mi ha detto vieni a lavorare con me... Vorrei riuscire a tornare a casa mia, nella ex-Jugoslavia, con un po' di soldi...”

Le ragazze erano terrorizzate. Non tutte erano disposte a parlare delle loro storie. Nessuna aveva riconosciuto la ragazza uccisa. Le denunce permisero però di liberare dalle catene invisibili altre diciotto ragazze.
Nei giorni seguenti si sparse la voce e altre ragazze fecero nuove denunce. Non era molto ma era un inizio.
L’omicidio ancora irrisolto aveva fatto sì che si procedesse ad arresti ed espulsioni. Piccoli ma di duri colpi al racket delle lucciole. I mandati di arresto recitavano l’agghiacciante frase: – ... per i reati di induzione e sfruttamento della prostituzione, riduzione in schiavitù e traffico di esseri umani ... –
Anche le indagini sull’universo delle baraccopoli lungo gli argini del Tevere non avevano dato nessun risultato se non quello di scoprire un mondo di povertà e miseria che viveva alla giornata all’ombra della capitale.

“Vanessa, dormi?”
“no...”
“nemmeno io...”
“che c’è?”
“... in questi quindici anni ne ho viste di tutti i colori ma in queste settimane ho scoperchiato un pentolone assurdo. Una realtà che non credevo avesse dimensioni così tristi...”
Giorgio e la moglie erano a letto, era passata da poco la mezzanotte. Avrebbero dovuto già dormire ma quello era uno dei pochi momenti in cui riuscivano a scambiare due chiacchiere.
“La storia di quella ragazza, vero?” chiese la moglie.
“Si. Per via di quel delitto ho ascoltato tante storie. Nella nostra moderna Europa esiste ancora chi commercia in carne umana!...”
La moglie gli carezzò il capo, sospirò, lo strinse a sé sotto le coperte e gli diede un bacio sulla guancia
“ora cerca di dormire”.

In un bar di periferia due ragazzi sulla trentina, appena scesi da una Mini gialla, vestiti con jeans firmati, felpa, occhiali alla moda, i capelli lucidi di gel, stavano sorseggiando un aperitivo
“Ahò, ma hai visto che ce stanno meno mignotte in giro?”
“Ho visto si! Ieri ho dovuto girare un’ora per trovarne una! Dice che jè stanno addosso, che jè stanno a dà na stretta. Quasi tutte le sere ce sta la madama per le strade”
“che te devo dì, speramo che nun arzano i prezzi!”
I due imbecilli risero rumorosamente della battuta.

Un anno dopo la poveretta del fiume era rimasta senza volto e senza nome, le puttane erano tornate sulle strade più di prima.
Davanti la stazione Ostiense un rumeno prese a coltellate un suo connazionale, più fendenti all’addome sferrati con inaudita ferocia, in pieno giorno, in mezzo alla folla. La polizia intervenne richiamata dalle urla dei passanti e riuscì ad arrestare l’assalitore. Il ragazzo colpito era ancora vivo ma disteso a terra privo di sensi. Perdeva molto sangue.
Marangoni stava portando il caffé a Liguori, urtò la lampada sulla scrivania a glielo versò interamente sulle carte che stava firmando. Il destinatario del caffé alzò gli occhi al cielo e pregò che un fulmine incenerisse il collega in quel preciso istante.
Bussarono alla porta
“Ispettore ci sarebbe da interrogare quel pazzo che ha accoltellato un suo connazionale e preparare la relazione, viene processato per direttissima. La vittima è in ospedale, è stato operato d’urgenza e se la dovrebbe cavare”
“occupatene tu Gualtieri”
“io sto uscendo con Rodolfi per una rapina a mano armata e gli altri sono tutti impegnati”
“ho capito...”
L’ispettore asciugò il caffé che non aveva risparmiato nemmeno camicia e pantaloni e raggiunse l’accoltellatore. Si mise in piedi davanti a lui:
“come ti chiami?”
“...”
“guarda che ti spacco la faccia”
“...”
“Perchè hai preso a coltellate quel disgraziato? Hai capito cosa hai fatto?”
“Si, io capisce”
disse il ragazzo molto lentamente e alzando gli occhi verso di lui, Liguori vide qualcosa nel suo sguardo che lo impietrì. L’altro continuò sempre lentissimo e con voce monocorde
“Mi chiamo Ivan. Dimitri è ragazzo di mia sorela, vivono in baracca lungo fiume. Mia sorela Tania è scomparsa da tanto tempo. Lui dopo bevuto detto me che qualche volta lui picchiava e lei scappata. Mia sorela è un angelo, no ha nemmeno diciotto anni. Io ero in Romania fino a un mese fa. Io ho dato lui quelo che meritava. Ora voglio ritrovare mia sorela”.
Il caso aveva voluto che fosse proprio Giorgio Liguori ad ascoltare quelle parole. Ebbe una certezza e gli si gelò il sangue.
“Tua sorella ha un tatuaggio?”
“... un piccolo elefante blu sulla caviglia destra ...”, lo dissero praticamente all’unisono.
Ivan salto in piedi, Liguori lo abbracciò forte, lo strinse, e lui capì. Urlò in silenzio. Disperato.
L’ispettore gli raccontò quello che era accaduto un anno prima tacendo i particolari più dolorosi e inutili.
Dimitri Popescu venne interrogato nei giorni seguenti in ospedale e dopo poche ore crollò e confessò. Quando Tania era tornata nella baracca in cui vivevano, lui era ubriaco fradicio. Lei lo aveva respinto e lui le era saltato addosso. L’aveva presa a pugni, strappato i vestiti e stuprata. Lei aveva cercato di difendersi disperatamente. L’aveva stretta da dietro sbattendole più volte la faccia e la testa sul tavolo e ridotta in fin di vita senza nemmeno rendersene conto. Poi l’aveva gettata nel fiume.

L’Ispettore vide una sua fotografia. Tania era una ragazza dolce con gli occhi luminosi e pieni di sogni. Lavorava in nero come domestica ma nessuno aveva denunciato la sua scomparsa.
La vita di un fiore spezzato in quel modo non era quindi la vita di una puttana. Ma ormai a chi importava.



di Giuseppe Gatto




martedì 13 novembre 2007

LINEA TRE (G. Gatto)


Aldo rivede tutte le mattine lo stesso film. Risveglio a fatica, molta. Toilette minimalista, yogurt bianco, caffè. Poi, lento pede, verso il tre, l’anziano e fedele bruco a rotaie che da quasi due anni lo accompagna in ufficio.
Correttore di bozze per una rivista di patiti del web. Non che la leggano in tanti né che lo coprano d’oro, ma tutto sommato è pur sempre meglio di un lavoro vero. E’ divertente, gli tocca leggere un mucchio di roba strana ed a volte scoppia a ridere da solo fino alle lacrime.
Quarant’anni, pochi capelli, un divorzio alle spalle e la tipica goffaggine di chi ha diversi chili di troppo. Vive da solo, gli amici lo descrivono come un tipo simpatico, allegro e soggetto ad inspiegabili sbalzi di umore.
Arrivano insieme a Porta Portese, lui ed il tre.
Splende un sole caldo e accecante. Aldo continua a sonnecchiare e sbadigliare per diverse fermate. Piramide, Circo Massimo, Colosseo.
(Dio quant’è bella Roma) pensa.
Viale Manzoni. E’ quasi arrivato.
Scorge una ragazza a diversi metri da lui, lo incuriosisce il libro che lei sta leggendo completamente assorta. Ha un’aria familiare, il libro. Cerca di mettere a fuoco la copertina, il tram è pieno come un uovo e le vibrazioni non aiutano. Benni! Terra di Stefano Benni. Un piccolo capolavoro che lui ama ed ha letto più volte.
Di colpo posa lo sguardo sulla ragazza e la trova terribilmente interessante. Come se la passione per la stessa lettura avesse disegnato un invisibile elastico che lo attrae verso di lei. La vede per la prima volta, o almeno così gli sembra.
Si perde per un istante nei suoi pensieri e la sconosciuta scompare. Più semplicemente è scesa.
Porta Maggiore. Scende anche lui, un pò turbato.
Al lavoro combina poco e raccogliendo una serie di fotogrammi sparsi qua e là nella sua testa realizza che nei suoi assonnati tragitti mattutini quella tipa l’ha già vista più volte. Per mesi. Hanno evidentemente orari simili ed oltre a Benni anche la linea tre in comune.
(Ma come ho fatto a non notarla prima!?)
L’ha guardata per pochi secondi ma è come se un fulmine avesse squarciato il quadrato di cielo sopra la sua testa. E’ bellissima! Alta, due grandi occhi scuri da cucciolo di foca, una folta e disordinata capigliatura leonina, naso leggermente all’insù, due labbra carnose che incorniciano un sorriso disarmante. Molto più giovane di lui. I loro sguardi si sono incrociati per un breve istante. Forse ha anche sorriso nella sua direzione! E’ tutto quello che ricorda ma è più che sufficiente per procurargli uno stretto nodo allo stomaco ed un’erezione quasi dolorosa.
La sera riprende il tram ma non la vede.
Una volta a casa affoga la delusione in due piattoni di pasta e fagioli preparata con le sue manine: olio extra-vergine, aglio, cipolla, pancetta, sedano, carota, peperoncino e discreta quantità di vino rosso, a parte.
Stessi orari solo al mattino. Aldo ormai prende il tre con il solo scopo di incontrarla. Deve riuscire a conoscerla. Il fatto che intanto va in redazione è del tutto accidentale.
Nei giorni seguenti oltre a tuffarsi in quel sorriso che lo ha colpito al mento ha modo di farle una sorta di risonanza magnetica oculare continuandosi a dare del cretino per non averla notata prima.
E’ davvero dannatamente bella, piena di curve e morbidezze al posto giusto, vita stretta, tacchi alti, due gambe che partono da polpacci snelli, affusolati e non finiscono mai scomparendo in una gonna corta e spagnoleggiante. Dolcezza ed aggressiva sensualità.
Timido e impacciato come tutti i ciccioni Aldo mette progressivamente in pratica una serie di azioni degne delle migliori giovani marmotte. Ogni giorno cerca di capitarle sempre più vicino senza dare troppo nell’occhio. Finalmente, dopo quasi una settimana di appostamenti il colpo di fortuna. Il solito scooter smarmittato che sorpassa a zig-zag e si schianta con rumore di vetro e ferraglia su una Panda.
Il tram frena bruscamente.
Libro in terra. Che intanto è diventato Miami Blues.
Aldo lo raccoglie:
“il tuo libro”
“oh, grazie” lei porge la mano. Si sfiorano
(che voce calda!)
“bello Willeford, li ho letti praticamente tutti”
“ma dai! ... si molto bello”. Sorriso infinito. Le sorride tutto il viso
Sguardo inebetito di Aldo. E’ pietrificato.
“sono arrivata. Ciao”
(Ciao) pensa Aldo, ma non riesce nemmeno a dirlo.
Poi si dà del cretino con particolare accanimento.
(Non le ho nemmeno chiesto come si chiama! Cazzo!)
Ogni tanto si avvicina ad un collega e gli dice: “mi dai un ceffone?” ma non trova nessuno in vena di violenta generosità. Rimedia solo un inutile ed affettuoso buffetto.
Per un paio di settimane non la incontra. E’ disperato.
(E se avesse cambiato lavoro? Casa? Città?)
Non capisce se sia amore o qualcosa di simile ma pensa a lei in continuazione e comincia anche a dare corpo ai suoi pensieri. Sente la pelle di lei sotto le sue dita. Sogna ad occhi aperti di abbracciarla, cingerle i fianchi da dietro, appoggiato ai sostegni del tram, con i raggi di sole che entrano prepotenti dai finestrini, e baciarla sul collo, con il capo di lei chino all’indietro sulla sua spalla. Poi cercare e trovare le sue labbra, e perdersi dentro la sua bocca, i suoi capelli, il suo profumo, che lui ricorda perfettamente, fresco, alla frutta.
Architetta almeno cinque stratagemmi diversi per scendere alla sua fermata, presentarsi come si deve e poi accompagnarla. Vuole conoscerla, sapere tutto di lei. Chi è, cosa fa, cosa ama, che musica ascolta, se le piace più il vino o la birra. Le farà una corte discreta, dolce, insistente. La porterà a scoprire insieme i mille angoli affascinanti di Roma. La porterà al mare, a giocare sulla sabbia, a mangiare il sushi, ad ascoltare Jazz a Trastevere. La porterà. La porterà. La porterà...
Solo che Aldo non la incontrerà più.
di Giuseppe Gatto

1994 DIPLOMA DI MATURITA' (di G. Gatto)


1994. Un’ottima annata per lo champagne.
Amo il solletico che fanno le bollicine nel naso ma mi fermo qui. Mi disse qualcuno, mi pare, che le annate pari siano le migliori, in realtà bevo di tutto e distinguo a malapena l’orrido vino confezionato nel cartone da una bottiglia di enoteca. Ho questo vizio fin da piccolo. Non l’alcolismo, le balle. Fingo di sapere, improvviso, infiocchetto, allargo, stringo, cucio, rispondo convinto a qualsiasi domanda, anche se ignoro di cosa si stia parlando.
A scuola ho coltivato questa abilità per anni. Mi bastava leggere poche righe di un argomento per poterne discutere per ore, fingendo in modo piuttosto credibile di essere assoluto padrone della materia. Senza falsa modestia posso vantare una solida ignoranza, con qualche lacuna di cultura sparsa qua e là, a macchie di leopardo.
Quando si gioca con gli amici ai quiz con le domande bizzarre una delle regole è: “se la sa Luca è troppo facile, si cambia carta”.
Luca sono io.
Sulla domanda secca tipo: “come si chiamava la portaerei affondata dai giapponesi il 6 agosto del ‘45?” è più difficile bluffare. O la sai o non la sai. Sulla domanda secca viene fuori l'inespugnabile solidità della mia ignoranza.
Non lo sapeva però la prof di italiano alla maturità quello stesso anno. Ero impreparato come pochi ed avevo trascorso le settimane precedenti la prova orale al mare a gozzovigliare e tirar tardi con gli amici. Il giorno temuto era arrivato. Inesorabilmente.
Nervosismo alle stelle. Anche i guerrieri più coraggiosi hanno i loro momenti di debolezza. Ho un improvviso smottamento intestinale che mi costringe a rapida fuga e fuori programma nei cessi alla turca dell'Istituto. Non essendoci la chiave mi esibisco anche in una figura acrobatica alla Spiderman: pantaloni e mutande indossati al collo, mano sinistra poggiata dietro per tenermi in equilibrio, piede sinistro giù, l'altra mano poggiata alla parete destra e piede destro a tenere chiusa la porta. Fatto. Pensai: ok, oggi peggio di così non può succedermi nulla. Arriva il mio turno.
- mi parli di un argomento a piacere -
- mi piacerebbe iniziare con Pascoli, le sue opere mi hanno appassionato molto -
In realtà era l’unico poeta di cui ero riuscito a procurarmi gli appunti del più secchione della classe. Materiale di prima qualità. In tre giorni lo avevo ingoiato a memoria. Non sapevo altro.
Subito un piccolo incidente. Nel fotocopiare i sacri appunti, avuti grazie al vile corteggiamento di una compagna di classe brutta come il peccato, avevo per sbaglio infilato in mezzo a Pascoli una pagina della vita di Leopardi, la terza. Senza accorgermene minimamente, ovvio!
Attacco il copione a memoria e arrivato alla terza pagina vedo la mia insegnante di italiano, presidente della commissione, che sgrana gli occhi, ha un sussulto, arrossisce. Era lei la vera autrice degli appunti, spiegava sempre nello stesso modo da trent’anni ed aveva riconosciuto le sue parole nelle mie. Non capisco cosa succede, ma nel dubbio immediata manovra di emergenza, tossisco, passo alla pagina quattro.
La prof respira. Si rilassa.
Mi rilasso anche io. Pascoli alla grande!
Divina Commedia. Sapevo tutto del terzo canto dell’inferno e solo del terzo canto dell'Inferno! Trama, passaggi chiave, commenti e critiche. Grande Bignami. Puntavo ovviamente su un pizzico di culo e sulla solita domandina a piacere.
Niente domanda a piacere.
- mi parli della figura di Maria nella Divina Commedia -
tre decimi di secondo di panico puro:
- non possiamo compiutamente analizzare e comprendere la figura di Maria, così come la descrive e ce la presenta Dante, se non partendo dalla lettura del terzo canto … -
Sulla fronte dell’esaminatrice vedo affiorare un dubbio ma mi lascia andare avanti. Due a zero. Il gioco diventava sempre più difficile.
Dietro di me erano seduti i miei compagni di classe e sottolineavano con brusii e “ooh” sommessi lo stupore per come stavano andando le cose. Loro sapevano.
Sapevano che erano almeno due settimane che io ed altri tre-quattro campioni di salto-nel-vuoto, alternavamo ubriacature solenni a bagni a mezzanotte e nottate in discoteca. Si chiedevano solo come e quando sarei crollato.
- in che epoca è vissuto Dante Alighieri? -
ovviamente non ne avevo la più pallida idea.
Battito di ciglia. Elaborazione del pensiero laterale. Quando il cervello sembra espandersi nello spazio e compare l'idea come un flash che non ti aspetti:
- un poeta immenso come Dante Alighieri e la sua opera immortale non possono essere racchiuse in un'epoca ed in un tempo limitati. Dante abbraccia tutta la storia della letteratura italiana, vorrei quindi dire che è un poeta del suo come del nostro tempo... -
la professoressa tirò un sorriso a trentadue denti, quasi si alzava in piedi commossa per applaudire.
- Per me è più che sufficiente, va benissimo così - disse.
Dietro sentivo la curva sud incredula, gomitate, sguardi stupiti.
Ancora un ostacolo. La presidente di commissione, stupita anche lei ed in cuor suo come risentita, quasi avesse capito che li stavo fregando, volle interrogarmi. Sbagliò la tecnica.
Le domande non le ricordo ma lo stile era: “pensi che la tale opera del tale scrittore sia più pervasa da pessimismo (pausa) o da nichilismo?”
Come andò, come non andò, mi resi conto che nel porre la domanda la prof, con i movimenti del corpo, l’intonazione della voce, lo sguardo (i giocatori di poker conoscono bene questi meccanismi), mi suggeriva la risposta. La coglievo istintivamente! Ne azzeccai, sudando veramente freddo, cinque di fila che mi sembravano aramaico antico. Brancolavo nel buio assoluto ma azzeccavo le risposte!
La curva ormai faceva la òla!
L’insegnante interna capitolò:
- complimenti Luca, devo dire che mi hai stupito. Spesso mi sembravi distratto, svogliato, invece evidentemente in classe hai sempre ascoltato tutto e ne hai fatto tesoro. Bravo -
(Grazie prof, non c’è di che!)
Diploma di maturità agguantato con un onorevole quarantotto sessantesimi. Al Trivial Pursuit questo giochetto non funziona.
Comunque, credetemi, il '94 per lo champagne fu davvero un’annata eccezionale.
di Giuseppe Gatto

LA PRIMA VOLTA (di G. Gatto)


Si era svegliato di scatto. Sudato. Soffocando un urlo. Si era ritrovato ancora sotto le lenzuola fino alla vita e seduto nel letto con le braccia rigide a sorreggerlo. Il fiato grosso. Gli sembrava di aver appena affrontato tre piani di scale. Sentiva ancora il peso sul petto. Incubi.
- Strano, … io che non sogno mai! –
Fuori era ancora buio. Salvo guardò la sveglia, led rossi, quattroequarantasei. Led rossi accecanti. Si portò istintivamente il dorso della mano a proteggere gli occhi.
- Mi alzo, tanto ormai non dormo più –
Si mise in piedi piano. Lentamente e in silenzio, senza svegliare i genitori, si vestì ed uscì di casa. Nei suoi sedici anni di vita raramente si era alzato così presto, piuttosto quei colori rarefatti ed irreali che precedono l’alba li aveva visti qualche volta andando a dormire. Lo accolse un freddo frizzante, sopportabile, ma a lui pareva gelido e forse contribuiva a quest’effetto ghiaccio la fronte imperlata di sudore. Mani in tasca, spalle strette, Salvo si avviò con passi veloci ed incerti. Uno strano gambero umano. Camminava in avanti ma dava l’idea che volesse correre esattamente dalla parte opposta. Si morse il labbro inferiore, scosse la testa, sapeva che non poteva tornare indietro.
Non adesso. Aveva bisogno di non voltarsi.
Capelli castani e ricci lunghi alcuni centimetri, occhi scuri come la notte, magro, una peluria sul volto appena accennata che non poteva ancora definirsi barba. Addosso scarpe da tennis, jeans molto vissuti e un giaccone verde da caccia anche se a caccia non c’era mai stato. Lui era un tipo tranquillo, pacifico.
Da piccolo non capiva come facessero i suoi amichetti a divertirsi torturando innocue lucertole. Le prendevano con un cappio fatto con lunghi fili d’erba, le appendevano al ramo di un albero e giocavano a colpirle con le pietre. Lui proprio non riusciva a partecipare a quel gioco. Guardava la povera bestiola, soffriva insieme a lei, provava a farli smettere, poi si allontanava a testa bassa per non dover sopportare il triste spettacolo.
La sua era una famiglia semplice che viveva ai confini della povertà. Il padre faceva il manovale, il lavoro a volte c’era a volte no e quando c’era era spesso in nero, sottopagato, senza garanzie e senza niente. Se Mimmo si faceva male erano fatti suoi. Toccava lavorare anche per persone poco raccomandabili ed attività poco chiare. Doveva spostare mattoni, impastare la calce, non fare e non farsi troppe domande. La mamma era casalinga e domestica a ore per alcune famiglie giù in paese. Non era una vita facile. Una realtà per nulla rara in quel piccolo paesino del sud. Arretratezza economica e sociale fisiologica ed apparentemente ineluttabile. Salvo avrebbe voluto studiare, sognava un futuro diverso ma bisognava anche cominciare a portare qualche soldo a casa. Rendersi utile. Lui, a differenza di altri suoi coetanei, stava diventando adulto molto velocemente. Troppo velocemente.
Una sera a tavola Mimmo gli aveva detto:
- Don Vito ti vuole conoscere, forse è per un lavoro, vacci a parlare -
Lì intorno quasi tutto era di Don Vito.
Così era cominciato tutto.
Era andato a parlarci e da allora erano trascorsi cinque giorni.

Camminò per più di due ore, sembrava vagasse senza una meta ma cercava solo la strada più lunga. Inutile essere lì prima delle otto. Intorno solo campagna e macchie di verde, grigio e marrone. Una campagna brulla, arcigna, dai contorni irregolari, spigolosi. Con quella luce e la leggera foschia i campi ed il cielo a tratti si confondevano. Come i suoi pensieri. Groppo in gola, un nodo che voleva soffocarlo. Si sentì mancare il respiro e contrasse i muscoli delle tempie e del volto per combattere la vista che quasi si annebbiava. Gli girava la testa, proprio come quell’unica volta che era salito mezzo ubriaco sulle montagne russe.
- Voglio scendere - pensò.
Non scese. Non poteva scendere. Non dopo aver dato la sua parola a Don Vito.

Arrivò al vecchio casolare. Entrò in un cortile quadrato di mura bianche con una vecchia fontana al centro, poi dentro un grosso portone di legno, scambiò degli sguardi silenziosi con altre persone. Gli porsero una grossa lama ed una specie di larga tuta da operaio che lui indossò. Qualcuno gli diede una pacca sulla spalla qualcun altro gli fece un leggero cenno del capo.
Era arrivato il momento.
Entrò nell’altro locale, sulla destra. Gli avevano già spiegato tutto. L'odore era fortissimo, gli serrò la gola, trattenne un conato di vomito. Fece un respiro profondo, serrò gli occhi, strinse la mano destra sul coltello ed affondò con forza l'acciaio lucido nella carne viva. Un colpo sferrato nel collo caldo, pulsante. Un grido straziante gli entrò nella testa come una scheggia di vetro nella spina dorsale. Un violento fiotto di sangue gli bagnò il viso. Quel liquido caldo e denso era dappertutto. Le gambe tremarono. Si mise a piangere con singhiozzi sincopati, gli sembrò di non riuscire più a respirare.
Era la prima volta che uccideva.
Era il suo primo giorno di lavoro al macello dei maiali.
di Giuseppe Gatto