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martedì 18 dicembre 2007

ESTATE ROMANA (di G. Gatto)


Fagiolo ci aspettava alla stazione Termini. Arrivammo alle sei di pomeriggio dopo un simpatico viaggio in treno tipo carro bestiame.
Io e Magda eravamo partiti dieci ore prima dal nostro paesello alle pendici dell’Etna. L’università a Roma, ne parlavamo da almeno due anni. Da quando mio cugino, che era diventato romano d’adozione fingendo di studiare legge, ne parlava in modo entusiasta.
“Giulio” mi diceva “è un altro mondo. E’ un posto magico che ti accoglie e ti fa sentire a casa. Vai in giro e ti senti in vacanza, la gente sorride, parla volentieri, ovunque è pieno di giovani, di turisti”
e continuava
“entri in un bar alle due di notte, ordini un digestivo, ti si affianca la guardia giurata che è lì a prendere il caffé, ti mette un braccio intorno alle spalle e ti fa: – guarda che se hai magnàto troppo e devi da digerì è mejo che te fai un canarino – e intanto spiega al barista – ahò, mettece acqua calda, limone, un pizzico di bicarbonato – ... dopo due minuti giureresti che tu con il barista e la guardia devi esserci andato a scuola insieme! Vai dal giornalaio per comprare un quotidiano, tiri fuori cinquanta euro e gli fai – mi spiace, ho solo questi – lui te li strappa dalle mani e fa: – ce l’avevi! – e ride. E anche quello ti sembra di conoscerlo da anni. L’altro giorno dal pizzettaro sotto casa la ragazza di solito chiede: – la mangi qui o la porti via? – a dei ragazzi ha chiesto: – la mangiate? – e quelli in coro: – no, sa damo ‘nfaccia! – mimando il gesto con la mano. E’ una voglia di socializzare e di ridere che è nell’aria. Una voglia contagiosa!”
Roma la capitale. Roma clima benedetto dagli dei. Sole e ponentino.
Eravamo sbarcati da quel treno puzzolente carichi di belle speranze e anche un po’ spaventati. Fagiolo ci aveva consigliato di raggiungerlo un paio di mesi prima dell’inizio dell’università per trovare casa e cominciare ad ambientarci. Per fare amicizia con la città, diceva lui. Poi l’Estate Romana era l’acme di tutto ciò che ci andava decantando. Vita, concerti, feste, una sorta di lungo carnevale.
“Venite a luglio” ci aveva detto “siete ospiti da me tanto il ragazzo con cui divido l’appartamento non c’è. L’estate torna in Germania”.
Fagiolo aveva una vecchia Fiat 132 bianca, non credevo ne circolassero ancora. Faceva un po’ meno rumore e un po’ meno fumo di una locomotiva a vapore. Ci infilammo dentro e partimmo per il tour della city.
Scendemmo verso i Fori Imperiali, poi sbucammo davanti al Colosseo, quindi costeggiammo le Terme di Caracalla e il Circo Massimo. Se socchiudevo gli occhi avevo la netta sensazione di veder correre le bighe. Tutto da rimanere a bocca aperta. Quelle mura, quelle pietre sono lì da migliaia di anni, chissà quante ne hanno viste, pensavo. Mi sentii secoli di storia scorrere a fotogrammi veloci davanti gli occhi. Ti sembra di toccarla la storia, di sentirla sulla pelle. Eravamo felici ed eccitati. Con la centotrentadue che sobbalzava sui sampietrini costeggiammo Lungo Tevere e parcheggiammo in modo davvero delinquenziale all’altezza di Trastevere.
Il tour proseguiva a piedi.
Passeggiando per il centro sembrava di essere in un’affollata località di mare alla moda. Stranieri in pantaloncini e canottiera, tutti abbronzati, molti con in mano gelati multicolori, persino troppo! E poi colori, suoni, odori. Stuzzicanti profumi che venivano fuori dalle decine di trattorie e pizzerie: fritti, sughi, amatriciane. La colonna sonora costante dell’acqua delle fontane, le tante fontane che ornano le piazze romane. Quei mille rivoli di ruscelli cittadini ti massaggiano dentro. Il suono stimola un piacere ancestrale, ti entra dalle orecchie e scende giù dritto lungo la nuca, le spalle e la schiena.
“Vado spesso in giro eppure ogni volta, vi giuro ogni volta, scopro un angolo che non conosco, uno scorcio che non ho mai visto. E’ uno spettacolo!”
Era sempre mio cugino e Magda disse:
“si, ok, abbiamo capito, sei completamente innamorato, però ora ho fame. Molta”.
Magda mangiava come un camionista ma aveva un organismo che funzionava come un orologio. Bruciava tutto, era magra e atletica. E bellissima anche. Con i suoi capelli lisci e neri, i suoi occhi giganti, verdi ed un magnifico perenne sorriso. Anche io per la verità in quanto a mangiare non andavo tanto per il sottile. Ma il mio organismo bruciava decisamente molto meno.
“Si, ho fame anche io, con tutti questi profumi!”
dissi e Fagiolo confermò:
“come dicono qua si è fatta una certa...”
e ci guidò verso un piccolo locale alle spalle di Campo dei Fiori dove friggono il baccalà da decenni. Un piccolo pezzo di storia del quartiere. Mangiammo pane caldo con burro e alici ed una vassoiata di filetti di baccalà fritti in modo magistrale. Il tutto annaffiato con un vinello bianco secco che scendeva giù come acqua fresca.
Poi attraversammo Ponte Sisto e proseguimmo le chiacchiere ed i progetti a zonzo per Trastevere. Ogni tanto facevamo un pit-stop a birra e quando ci sedemmo sulle scale di Santa Maria in Trastevere eravamo tutti e tre belli inciucchiti dall’alcool. Fagiolo tirò fuori un sacchetto di erba e confezionò con rara maestria un bel cannone che dividemmo in amicizia.
Più tardi raggiungemmo casa sua. Abitava nel cuore di San Lorenzo. Anche fra queste viuzze brulicavano i giovani, le birre ed un allegro brusio. L’appartamento era troppo bello! Una grande sala che sembrava un locale underground. Cuscinoni a terra, tappeti, luci soffuse, una parete completamente dipinta da un loro amico writer, sfondo blu ed esplosioni di colori stile vagoni dei treni della metropolinana di New York. La cucina, con il frigo gonfio di birra e ogni genere di schifezze ricche di conservanti e nitrati. Quindi le due camere da letto, una di Fagiolo ed una di Ludwig, cioè la nostra.
Era la casa ideale per ricevere amici, pensai. Crollammo dal sonno.
***
Sveglia con calma e fuori a fare colazione. Fagiolo era uscito e in quanto al clima aveva ragione: caldo ma con la brezzolina che rendeva il sole davvero piacevole. Riprendemmo le funzioni vitali davanti a cappuccino e maritozzo con panna. Che goduria. Dovevamo cercare casa e regalarci qualche giorno di vacanze romane. Magda ed io stavamo assieme ormai da tre anni, un amore nato tra i banchi del liceo che stava crescendo con noi. Ci guardavamo negli occhi ed eravamo convinti che il mondo fossimo solo noi due. Saremmo andati a vivere insieme ed eravamo gasatissimi.
Comprammo Porta Portese e cominciammo a spulciare gli annunci degli affitti e prendere appuntamenti. Un delirio.
“Giulio, ma chiedono tutti una follia!” disse Magda
“dai non ti scoraggiare (in realtà ero più scoraggiato di lei!), le occasioni sono rare, bisogna cercare, telefonare, vedrai qualcosa salta fuori”.
Prendemmo degli appuntamenti e vedemmo delle situazioni assurde. Minuscoli monolocali in piani seminterrati spacciati per ampi loft. Case indecorose e squallide, semivuote, presentate al telefono come splendidi appartamenti completamente arredati.
Eravamo davvero molto abbattuti.
Il morale tornò alto andando a vedere e sentire il concerto dei Sud Sound System che suonavano a Villa Ada. Una serata fantastica. Concertone in uno scenario superbo. Verde, piante enormi, laghetto, ... sembrava di essere nel cuore del Borneo! E poi, a concerto finito, bonghi, birra e chitarre fino a tarda notte.
Sveglia sempre molto lenta con il sole già alto e questa volta colazione direttamente a base di tonnarelli fumanti cacio e pepe. Il mattino ha l’oro in bocca dice mia nonna! Poi all’università per raccogliere le informazioni per l’iscrizione, i documenti, tutto il necessaire insomma. L’idea di ricominciare a telefonare ai matti che fittavano case agli studenti ci terrorizzava.
“Allora ragazzi come vanno le ricerche?”
disse Fagiolo, mentre eravamo nel salone di casa sua insieme ad altri amici. Quella casa era sempre piena di gente!
“Per la verità molto male” risposi io
“abbiamo visto solo schifezze assurde a prezzi da emiri arabi” rincarò Magda.
Intervenne il Secco, che in realtà pesava cento chili abbondanti
“non è facile, dovete insistere, bisogna comprare il giornale la mattina presto, appena aprono le prime edicole e telefonare subito. E’ l’unico modo per mettere le mani sulle rarissime case decenti a prezzi onesti!”
“Secco ha ragione” disse Zaele, un ragazzo alto e magro di origine etiope, che stava armeggiando allo stereo. Musica a palla. Restammo così, ad ascoltare indie-rock in pieno relax e con la stanza che andava riempendosi di fumo profumato.
La sera ci portarono alle Capannelle dove imperava una rutilante festa caraibico-sudamericana, tanta musica, salsa, cibi esotici e cocktails a base di rhum. Un tuffo spazio-temporale all’Havana! Tentammo qualche passo di salsa ma mentre Magda era naturalmente portata per il ballo con quel suo corpo agile e scattante, io sembravo più che altro una grossa mozzarella che vibrava su una lavatrice in piena centrifuga. C’erano anche i due amici di Fagiolo che avevamo conosciuto al pomeriggio ai quali si erano aggiunti Tatiana e Fede. Lei belloccia, simpatica e un pò in carne. Lui invece appena sbarcato direttamente da Woodstock, capelli lunghi legati sulla fronte da un laccetto, barba incolta, vestiti larghi e sandali di cuoio. Che tipo.
Tornammo a casa verso le cinque e non andammo nemmeno a dormire. Massiccia dose di caffè, doccia e pronti alle sei davanti l’edicola della stazione per comprare la prima copia ancora calda del giornale di annunci. La tecnica funzionò. Ci prendemmo tre saluti di cuore: rispettivamente un malimortaccivostra, un mavvaamorìammazzato e un mavattelapijànderculo. Ma alla quarta telefonata beccammo la mosca bianca, la rara persona onesta che non aveva come unico obiettivo quello di spennare gli studenti fuori sede. Ci mostrò dopo un paio di ore un appartamento con addirittura due camere da letto, anche discretamente arredato, in una stradina interna sulla Tiburtina. Ci era andata persino troppo di lusso. La spesa era sopportabile e quindi affare fatto.
Bottiglia di spumante per noi e bottiglia di Jack Daniels in omaggio per casa Fagiolo.
***
Eravamo su di giri ed organizzammo una festicciola. Comprammo da bere per un esercito e preparammo panini, tramezzini e torte salate. Mio cugino invitò un po’ di amici. Alla fine il salone-pub era pieno di ragazzi. Nel pieno della serata, dopo aver dispensato tequila bum bum a piene mani ci chiudemmo nella stanza di Ludwig e facemmo l’amore discretamente ubriachi.
Il mattino seguente, mentre Magda riempiva un vassoio di avanzi per la colazione, mi guardai intorno. Il ragazzo tedesco possedeva una poderosa collezione di boccali di birra sparsi ovunque, sulla libreria, per terra, sul termosifone. In un angolo della stanza, talmente piena di roba da non riuscire nemmeno a vedere il colore delle pareti, notai un vecchio stereo anni settanta. Amplificatore, giradischi, radio e due grandi casse di legno. Il tutto accatastato un pezzo sull’altro. Era evidente dalla polvere e dall’incuria che nessuno lo usava da anni. Breakfast all'inglese con panini e birra e poi a ripulire il tutto. In casa sembrava fosse scoppiata una bomba di tovaglioli di carta unti, briciole, pezzi di frittata, mozziconi di sigarette, filtrini, bottiglie di birra e di tequila, ...
Incrociai nel piccolo corridoio Fagiolo che si era appena alzato e gli chiesi:
“ma lo stereo nella nostra stanza di chi è? Funziona? Posso provare a metterlo insieme? Posso prenderlo?”
mio cugino mi guardò con gli occhi semichiusi
“puoi farmi una domanda alla volta e parlarmi più lentamente per favore? Ho una specie di ronzio tipo trapano del dentista che mi passa da orecchio a orecchio...”
“ok, scusa. Ti faccio un caffé”.
Dopo il caffé tornai alla carica. Lo stereo era lì da sempre, era di Ludwig che abitava in quella casa prima di mio cugino. Non lo aveva mai acceso né usato.
“Quindi se riesco a farlo funzionare posso prenderlo in prestito? Sai la casa che abbiamo preso ha quasi tutto ma niente musica! Poi glielo riporto, anzi gli faccio il favore di pulirlo, rimetterlo in ordine...”
Fagiolo mi interruppe:
“va bene, mi stai stonando. Prendilo pure, non credo ci siano problemi. E’ lì da anni, però mi raccomando se Ludwig lo rivuole ritorna al suo posto, ok?”
“Chiaro come il sole”.
Evvai, avevamo la musica e quel coso doveva sentirsi anche bene! Quelle belle casse di legno non le facevano più, ora vendevano quei piccoli mostri con un’acustica pessima. E poi il giradischi, che figata, avrei portato a Roma anche qualche vinile di mio padre che ne aveva di belli: Doors, Clash, Pink Floyd, Police, Bob Marley. Avrei anche collegato l’iPod nell’entrata della radio avevo già visto che si poteva fare con un paio di cavi e spinotti.
Il giorno stesso portai lo stereo a casa nuova. Era pieno di polvere, cavolo quanto pesavano quelle casse, ad una tolsi la protezione di tela dalla parte anteriore e vidi a malincuore che un woofer era sfondato. Si sentivano dei pezzi dentro che si muovevano e sbattevano. Pezzi dell’altoparlante, pensai. Tutto a tempo debito.
Posai lo stereo in un angolo del soggiorno, tolsi un po’ di polvere e lo lasciai così, ci avrei pensato a settembre.
Dissi a Magda:
“abbiamo la musica”
sorrise, mi guardò dritto negli occhi e mi diede un bacio.
***
“Giulio, mi dispiace, dovete lasciare la stanza. Ha chiamato Ludwig e mi ha avvisato che stasera viene un suo amico e resterà uno o due giorni. Io per la verità non gli avevo detto di voi due quindi...”
mio cugino mi aveva accolto così.
“Nessun problema. Andremo a casa nuova, anche se siamo un po’ accampati e poi torniamo giù in Sicilia, tanto le cose che dovevamo fare le abbiamo sistemate. Dai ci vediamo domani.”
“Perfetto, a domani e scusami!”
“Ma scusa di che! Scherzi? La stanza è la sua!”
Prendemmo gli zaini e ci trasferimmo. Oltre all’arredamento non c’era granché. Niente lenzuola, né asciugamani, solo il minimo indispensabile in cucina, noi due e lo stereo muto.
Uscimmo e mangiammo due enormi panini piccanti con kebab e cipolla approfittando di una festa etnica. Poi andammo a un concerto dei Marlene Kuntz, in assoluto uno dei nostri gruppi preferiti, al Circolo degli Artisti. Un grande garage all'inizio della Casilina vecchia circondato da un giardino con un mucchio di gente alternativa. Atmosfera micidiale, sembrava di essere in un locale newyorkese, londinese. Di quelli seri. Era la prima volta che li sentivamo suonare dal vivo. Un’emozione violenta a fior di pelle e dentro il petto. Nuotando nell’aria, una loro canzone. Così mi sentivo. Musica ad altissimo livello. Chitarre strizzate e carezzate. Elettricità pura. E poesia.
Avevamo cantato tutta la sera a squarciagola. Saltato, ballato e pogato.
Eravamo persino riusciti a digerire il kebab con la cipolla...
Passammo poi la nostra prima notte a casa nuova facendo l’amore sui materassi dei due letti che avevamo unito.
***
Avevamo deciso di ripartire, andammo a salutare Fagiolo.
Appena entrati in casa mi si parò davanti un brutto ceffo.
Mi aggredì con un forte accento veneto e con la sua faccia a pochi centimetri dalla mia:
“Dov’è lo stereo?”
e giù un cazzottone nella pancia senza aspettare risposta.
Piegato in due vidi che c’era un altro ceffo, non meno brutto del primo e al suo fianco Fagiolo, che pure non era uno smidollato, con un bell’occhio nero.
Decisi che era meglio non reagire:
“A casa mia ma...”
e giù un altro cazzotto questa volta in faccia. Caddi a terra. Guardai Fagiolo.
Magda era impietrita dietro di me.
Ma che cazzo sta succedendo? Pensai.
Il tipo disse: “Andiamo a prenderlo. Subito!”
Uscimmo tutti e cinque con la centotrentadue. Non era l’ideale per non dare nell’occhio. Guidò il brutto ceffo numero due. Arrivammo a casa nostra. Entrammo. Uno dei compari ci teneva d’occhio e l’altro infilava nervosamente le braccia nelle casse dello stereo. Dal fondo.
Nelle sue mani si materializzarono diversi panetti bianchi.
Cocaina purissima per un valore di centinaia di migliaia di euro. Il caro Ludwig era in un giro bello pesante! Ci spaventammo a morte. In quel momento avrei voluto uccidere mio cugino che, scoprii dopo, era all’oscuro di tutto. Il fesso.
Quando Ludwig partiva non lasciava mai tracce ma questa volta i suoi amici sarebbero dovuti passare dopo pochi giorni. Svuotato lo stereo i due ci diedero ancora un paio di ceffoni. Soltanto Magda venne esentata dal trattamento. Credo grazie ai suoi occhioni sexy.
Il brutto ceffo uno con uno sguardo da belva feroce e puntandoci il dito contro aggiunse:
“se ne fate parola con qualcuno siete carne morta”.
Passai una delle ore più angoscianti della mia vita.
Quando cominciai a sospettare cosa stessero cercando il mio cervello andava a duecento all'ora e sudavo freddo:
– Se i due sono pedinati dalla polizia? Se qualcuno ci ha seguito? E chi glielo spiega che noi non c'entriamo nulla? –
Mi vedevo già al commissariato, con la foto sui giornali e i miei genitori disperati.
La roba stava a casa mia. Era una prova criminale di quelle cristalline! Eravamo lì che quelli controllavano che ci fosse tutto ed io continuavo a pensare
– Ecco, ora sfondano la porta e gridano: “fermi tutti polizia”, porcaputtana porcaputtana porcaputtana!!! –
Invece i due misero le buste nel doppiofondo di una borsa di pelle nera, piena di medicinali. E andarono via.
La polizia non arrivò.
Noi rimanemmo immobili a guardarci senza fare un fiato.
***
Qualche mese dopo la disavventura divenne solo un brutto ricordo.
Iniziarono i corsi all’università. Comprammo un piccolo stereo, nuovo. Niente vinili di papà.
E Fagiolo venne a vivere con noi.
Ogni tanto davanti ad una birra ancora oggi mi guarda, scuote la testa, e mi chiede scusa.
di Giuseppe Gatto


***************


questo racconto è stato pubblicato nel Libro "Estate Romana" (Edilet) con il titolo "Lo stereo". Ho partecipato al concorso "Roma da Scrivere: l'Estate Romana" (Comune di Roma ed Edilazio) arrivando quinto. I primi quindici sono finiti nel libro.
La premiazione si è svolta durante la Fiera "Più Libri Più Liberi"
. Girellando per la fiera con il pass "autori" al collo per qualche istante mi sono sentito davvero uno scrittore! Poi mia mamma al telefono mi ha chiesto: "si ma cosa hai vinto?" e io "beh, niente!" e lei "ah, ecco!".

mercoledì 5 dicembre 2007

RAVIOLO CARPIATO - Il vestito non basta (di G. Gatto)


“Amore, ho vinto il concorso interno come migliore segretaria dell’anno”
“Cavolo! Brava! Vieni qui, fatti dare un bacio”
“aspetta” divincolandosi
“l’hanno detto davanti a tutti, non puoi capire che emozione! Tutti che mi applaudivano! Hanno detto che mi daranno un aumento e mi hanno regalato una cena per due in un ristorante lussuosissimo in centro, il Playa Real, Placa Real o qualcosa del genere!”
“Fichissimo!”
Adriana era tornata a casa con questa bella notizia. Massimo era ancora in tuta da lavoro e doveva lavarsi. Lei lavorava come segretaria in un’azienda informatica e lui da un gommista per auto. Erano giovani, niente figli ma sarebbero arrivati prima o poi e conducevano una vita tranquilla, normale. I conti con i soldi che non bastavano mai, qualche uscita con gli amici, la pizza, un cinema, le vacanze poche, brevi e vicino casa.
Il premio della cena era arrivato molto gradito perchè loro in un ristorante di lusso non c’erano mai stati. Massimo specialmente, grande forchetta e buongustaio, aveva accolto la cosa con un grande sorriso.
Avevano prenotato seguendo le istruzioni: chiedere di una certa persona, citare lo speciale invito; aveva chiamato lui tenendo la cornetta con entrambe le mani e con la moglie di fronte che annuiva e seguiva le sue parole.
“Amore, mi devi fare un regalo” disse lei “mettiti il vestito elegante, non farmi fare brutte figure! Non puoi mettere il jeans e la solita felpa con i cartoni animati, lo capisci? Ci saranno anche altri colleghi premiati e sicuramente qualche dirigente della società!”
“Ma si, certo. Speriamo che il vestito del matrimonio di tua cugina mi entra ancora!”
Avevano detto tutto ai genitori e la mamma di lei al telefono con lui, ignorando le raccomandazioni della figlia, aveva tuonato:
“per favore vestiti in modo decente, non come al solito tuo che sembri un profugo albanese!”
Sempre carina la suocera.
Massimo effettivamente non ci teneva molto al vestire, e se vogliamo dirla tutta nemmeno all’igiene personale, era piuttosto trasandato ed anche il fatto che fosse abbondantemente sovrappeso non lo aiutava. Addosso a lui anche un capo di sartoria diventava un cencio spiegazzato da quattro soldi.
La serata speciale era arrivata. Lei era bellissima con la sua folta chioma di capelli castani, gli occhi neri e luminosi, le ciglia lunghissime, indossava pantaloni marrone, stivali e maglioncino a collo alto beige. Sobria ed elegante.
Lui riuscì con non pochi sforzi ad entrare nel vestito grigio scuro del famoso matrimonio. Il pantalone si chiuse trattenendo il respiro, serrò la cintura e sperò che tutta l’impalcatura reggesse. La giacca ovviamente non si chiudeva, mancavano diversi centimetri, ma lasciata aperta e indossando la cravatta non si notava poi così tanto.
Nemmeno il colletto della camicia volle saperne di lasciarsi abbottonare in alcun modo nonostante fosse una taglia diciotto, lasciarono l’ultimo bottone aperto e Adriana gli strinse bene la cravatta. Problema mimetizzato.
Massimo scelse la cravatta più bella fra le tre o quattro che aveva, sfondo rosso e pallini di varie misure e colori. Adriana inorridì ma nel complesso si poteva dire che, tenendo conto della base da cui si era partiti, il risultato era piuttosto soddisfacente e comunque ben oltre le aspettative.
Parcheggiarono l’utilitaria vicino al centro e si incamminarono a piedi.
Arrivarono al Plaza Real che si affacciava in una deliziosa piazzetta del centro storico e a momenti gli prendeva un colpo a entrambi: era il ristorante di uno degli alberghi più lussuosi della città, una cosa super chic. L’ingresso era una porta di legno importante ma senza insegna, con due imponenti fioriere ai lati. La porta di un club esclusivo.
“Sembra una di quelle dei film americani” disse Massimo.
Bussarono, un signore in divisa apri la porta e li fece accomodare, entrarono e lo salutarono con piccoli inchini scambiandolo per il direttore. L’interno era molto elegante, ricco ma non vistoso. Non c’era un particolare fuori posto: opere d’arte qua e là, tavoli distanti l’uno dall’altro dei metri e con sopra le candele accese, luci soffuse, musica classica come tenue sottofondo, poltrone di pelle in luogo delle sedie, grandi composizioni di fiori freschi.
Vennero loro incontro altre tre persone, una per salutarli ed indirizzarli alla sala, una per prendere i soprabiti e una per farli accomodare al tavolo.
Massimo sprofondò nella poltrona, la moglie tossì e lui si rimise con la schiena dritta, anche perchè era l’unica posizione in cui riusciva a respirare ed evitare lo scoppio dei bottoni dei pantaloni e delle vene del collo strizzate dal cappio di colletto e cravatta.
“Ti prego” implorò Adriana “non mi far fare brutte figure!”
Glielo aveva detto già una decina di volte. A casa prima di uscire, mentre erano in auto, mentre parcheggiavano, mentre arrivavano a piedi. Era diventato una specie di jingle pubblicitario che partiva di tanto in tanto, come alla radio.
Una quinta persona, il Maitre, li salutò e porse loro i menù.
“Oh, sono più i camerieri che i clienti!” disse lui e la moglie annuì.
Davanti a loro un’infinità di posate e bicchieri. Aprirono l’enorme menù. Quando vide i prezzi a momenti Massimo si strozzò, se avessero dovuto pagarla loro la cena ci sarebbe voluto un mezzo stipendio!
Tutto il resto era aramaico antico. Si capiva poco: ogni paginone conteneva sei, sette piatti dalle descrizioni talmente elaborate, fantasiose ed indecifrabili che non si comprendeva quali fossero gli antipasti, quali i primi, se c’erano, quali i secondi, né cosa ci fosse dentro esattamente. Inoltre ogni foglione aveva un tema: freschezze di primavera, foglie di autunno, fondali marini, terra e boschi e così via.
Ipotizzarono che uno dovesse per forza scegliere una pagina e quindi un tema.
Una delle ragazze che li aveva accolti intanto aveva portato loro tre grissini a testa, in due eleganti piatti di cristallo stretti e lunghi.
“Li posso mangiare o sono per bellezza?”
“Massimo per f-a-v-o-r-e!”
“Io li mangio...”
Tornò il Maitre. Meno male. Spiegò che i primi due piatti di ogni pagina erano gli antipasti – (aaah!) disse con gli occhi Massimo – gli altri due a seguire i primi piatti e gli ultimi due i secondi. Erano proposti secondo dei percorsi di degustazione suggeriti dallo chef ma si poteva anche saltare da una pagina all’altra. La lista dei dessert era a parte, come quella dei vini naturalmente.
Illustrò alcuni piatti e suggerì un approccio di scoperta dei sapori che prevedeva due antipasti, un primo, un secondo e un dessert.
“Ma si, tanto è tutto gratis!”
“Come prego?”
calcio sotto il tavolo
“no dicevo, ... ci consigli lei”
Le scelte non furono facilissime ma riuscirono nell’impresa pur nutrendo forti dubbi su cosa avessero realmente ordinato e di che tipo di animale o vegetale potesse trattarsi. Riuscirono, nonostante i suggerimenti del Maitre, a mescolare in modo agghiacciante pesce, carne, ancora pesce, ...
Intanto la ragazza dei grissini era passata più volte chiedendo
“i signori ne gradiscono ancora?”
Massimo non rispondeva nemmeno più, faceva un gesto con le braccia, le spalle e la testa che voleva dire inequivocabilmente: – e si capisce, che c’è bisogno di chiederlo? –
A cui seguiva in un nanosecondo la frase della compagna sibilata fra i denti:
“non mi far fare brutta figura!”
La signorina depositava i soliti due, tre grissini nel piatto, solo nel piatto di Massimo perchè Adriana faceva il gesto con la mano come per dire: – no grazie sono già piena! – con una pinza d’argento e giusto il tempo di girarsi ed il nostro eroe li aveva già triturati.
Lista dei vini. Lista? Un libro! Quello più economico costava come il pieno alla macchina fino ad arrivare al prezzo di acquisto della macchina vera e propria.
Si lasciarono consigliare nuovamente.
“Vorrei proporvi un Dolcetto d’Alba del 2004 che pur intenso e corposo è un rosso che si può ben abbinare sia ai sapori di terra sia a quelli di mare. All'olfatto si apre ampio nei profumi fruttati con note di rosa e cannella, al palato è morbido, pieno, con un finale gradevole leggermente asciutto con riflessi violacei”.
I due annuirono lentamente e a bocca aperta come due simpatiche carpe e quando il Maitre si allontanò si scambiarono occhiate ed espressioni ancora più sconcertate!
Intanto servirono loro un aperitivo ed uno stuzzichino pre-antipasto. Un piatto enorme, bianco, con al centro un francobollo tridimensionale colorato con tre gocce di aceto balsamico di lato.
“Cos’è?” chiese lui a lei senza muovere nemmeno un ciglio e senza togliere lo sguardo dal francobollo.
Era stato preso un po’ in contropiede. Aveva si immaginato delle porzioni piccole, ma non così piccole, cazzo!
Buono. Piccolo ma buono, scese giù come una boccata di vento.
Si chiesero cosa fosse ed ipotizzarono un salume un po’ forte e pasticciato con una salsa strana. Lo chiesero al Maitre.
“E’ una fantasia di pescespada con bottarga e lacrime di ostrica”.
Le due carpe si scambiarono una nuovo occhiata di reciproco “mah!”
Ogni volta che finivano il vino nel calice si materializzava dal nulla un ragazzo che glielo riempiva nuovamente quasi a metà senza farne cadere una goccia.
La ragazza passò al pane. Depositò sempre con l’aiuto della immancabile pinza d’argento tre minuscoli panini di differenti fogge nei piattini laterali della coppia.
Massimo ebbe come un singulto e gli venne da piangere, panini poco più grandi di un’oliva non li aveva mai visti.
“Amore ti prego...”
“Si, si, ho capito, non ti devo far fare brutta figura. Ci sto provando, cazzo!”
Adriana aveva intravisto in sala qualcuno degli altri fortunati colleghi e diversi personaggi della presidenza.
La signorina capì che con Massimo non doveva lesinare con i panini così come aveva già fatto per i grissini.
Ogni panino, ingoiati come fossero m&m’s, scattava il jingle non-mi-far-fare-brutta-figura sempre più sibilato a denti sempre più stretti.
Le cose stavano andando comunque abbastanza bene, a parte gli abbinamenti dei piatti, quando Massimo cominciò a diventare paonazzo a causa dell’armatura. Gli stava stretto tutto: scarpe, pantaloni, la giacca all’altezza delle spalle e sopra a tutto il micidiale nodo scorsoio di camicia e cravatta.
Fra i due antipasti le prime linee cedettero e la fanteria arretrò.
Non ce la faceva più. Allargò il nodo della cravatta lasciando scoperto il colletto della camicia aperto e slacciò in modo tattico i due bottoni superiori del pantalone lasciando però la cintura ben tesa a reggere tutta l’imbracatura.
Partì il jingle.
Fu comunque una mossa arguta perchè aveva riacquistato una respirazione più serena e naturale. Anche le vene del collo si sgonfiarono sensibilmente e poteva finalmente permettersi di sbracarsi un tantinello sulla poltrona.
Arrivò il primo. Per lui tre ravioli, di numero, di pesce di fondale in un brodetto di mare con conchiglie, vongole, olio, pomodoro e microscopici pezzetti di verdure. Per lei invece alcuni pezzetti di pasta con anatra, formaggio e chissà cos’altro.
L’imponderabile stava per accadere.
Massimo tagliò a metà uno dei ravioli, (così ne faccio almeno sei bocconi!) pensò. Cercò di infilzare la mezza luna con la forchetta ma il ripieno sgusciò fuori. Riprovò prendendolo a mò di cucchiaio, da sotto, portò la forchetta alla bocca ma il raviolo traditore proprio all’ultimo istante si tuffò con un perfetto carpiato con avvitamento all’indietro nel brodetto devastando nell’ordine: cravatta, camicia, giacca lato destro altezza bavero, polsino destro giacca e camicia e dulcis in fundo il lato destro della tovaglia. Come se qualcuno gli avesse scosso davanti al petto un grosso pennello pieno di vernice.
Partì il jingle telepaticamente.
Bestemmiando come un ottomano ma sommessamente Massimo con un paio di gesti rapidissimi ed esperti tuffò il tovagliolo di lino nell’acqua minerale e cercò di togliersi di dosso almeno il “grosso” del danno. Cercò di pulire anche la tovaglia ma riuscì solo ad allargare la macchia, confonderne un po’ i contorni e stemperarne il colore.
Lei abbassò gli occhi e non disse nulla.
Lui cercava di scusarsi
“amore, hai visto, è scivolato all’improvviso! ... Stò cazzo di raviolo di merda!”
“Ti prego!!!”
Anche il maitre e i due ragazzi si accorsero del dramma ma con molta eleganza fecero finta di nulla.
Gli altri due ravioli li inforchettò con un’unica mossa e li mise in bocca in un solo boccone, poi fece una doviziosa scarpetta con tutti e tre i suoi micro-panini come fosse una zuppa di latte con i biscotti.
La battaglia era ormai persa, le truppe si stavano ritirando in modo scomposto sotto i colpi del nemico.
Arrivarono in qualche modo fino al dolce. Lui aveva ovviamente anche assaggiato tutti i piatti della moglie, mentre lei lo supplicava con gli occhi di non farlo, creando così una piccola traccia di gocce di olio, pomodoro e condimenti di varie tinte fra loro due.
Dolci spettacolari. Sempre microscopici, presentati in un piatto rettangolare con il contenuto diviso in tre tappe degustative, con la fogliolina di fili di zucchero caramellato, la cialda di ostia, lo zucchero a velo, forme e colori molto originali e aromi quasi commoventi.
Lui finì il suo senza incidenti. Lei lasciò la sua cialdina a margherita con dentro la mini-palletta di gelato al cioccolato. Fu un errore madornale! Lui gliela rubò di soppiatto con la mano sollevandola da un petalo. Sempre all’altezza della sua bocca, quasi una forza magnetica misteriosa e maledetta impedisse ad alcune pietanze di essere ingoiate dal nostro eroe, il debole petalo cedette e la palletta al cioccolato, già in via di disgelo, finì di liquefarsi su cravatta, pantaloni, tovaglia e poltrona. Si, la poltrona di pelle crema che fino a quel momento era stata miracolosamente risparmiata dai vari assalti. Questa volta i maldestri tentativi di ripulire le tracce dell’efferato delitto sparsero il fondente ovunque.
Guardò la moglie con due occhioni da cucciolo di SanBernardo
“la colpa è mia” disse lei scuotendo la testa rassegnata
“lo sapevo. Il vestito non basta”
Ordinarono il caffé, il Maitre perse il suo aplomb
“Signore, il suo glielo verso direttamente addosso o preferisce fare da solo?”
di Giuseppe Gatto

CAFFE' CORRETTO (di G. Gatto)


“Ciao Saverio, il viaggio è andato bene?”
“Si grazie, il solito ritardo dell’aereo... Come mai piove? Dici che a Roma c’è sempre il sole!?”
“Beh, si, quasi sempre!” sorrise e gli aprì la porta dell’auto.
Antonio era andato a prendere il suo capo, il Dott. Saverio Robeschi, in arrivo da Milano, all’aeroporto di Fiumicino. Il dirigente aveva senza dubbio le fisique du role, cinquantenne alto e magro, capelli e barba appena lunghi, curati ma non in modo maniacale, in modo da dare una vaga idea di naturalezza. Indossava un abito di sartoria, scarpe artigianali e camicia su misura, quelle con le iniziali evidentemente ostentate e i gemelli ai polsini al posto dei bottoni, chiudeva la partita l’immancabile orologio molto costoso.
“Ma non ti vergogni ad andare dai clienti con un auto così sporca? Ricordati che per un venditore l’auto è un biglietto da visita e con un’auto trasandata e sudicia ci si presenta male! ... e poi puzza!”
“E’ che si lavora tanto e non ho avuto proprio il tempo di lavarla!”
“il sabato. L’auto si lava il sabato”
(cominciamo bene!) pensò Antonio.
In macchina c'erano cartacce, fazzoletti usati, pacchetti di patatine vuoti ed un odore stantio di sigarette misto ad un puzzo strano e intenso.
Quando la mattina portava giù il sacco della spazzatura, per buttarla nei cassonetti poco lontani, almeno una volta la settimana lo dimenticava in auto. E nel sacco c'era di tutto. Senza scendere nei dettagli. A cominciare dalle cacchette del gatto.
Quindi il puzzo era certamente intenso. Ma nemmeno poi tanto strano.
Origini meridionali, una decina di anni meno del suo capo, aveva vissuto per un periodo a Milano per poi trasferirsi a Torino e infine a Roma. Era più basso del Dottor Robeschi e questo lo metteva già in soggezione. Aveva anche lui le fisique du role perfetto, ma del sottoposto sfigato: taglia forte extra-large, calvizie incipiente, abito e scarpe da grandi magazzini, forfora d’ordinanza sulla giacca, al polso un falso Officine Panerai o meglio un Officine Shanghai originale. Antonio lavorava come impiegato commerciale da pochi mesi per una piccola azienda milanese e seguiva l’area di Roma insieme ad altri due venditori. Capitava a volte, come in questo caso, che un cliente potenziale con una trattativa interessante in ballo volesse incontrare un pezzo grosso della società. E così il Dott. Robeschi, direttore commerciale, era venuto a fare la gita a Roma per incontrare i vertici della Spizzi&Spazzi srl.
Il Direttore ci teneva ad avere rapporti informali e paritari con la sua squadra (i sottoposti) quindi era normale darsi del tu ma in realtà la linea di demarcazione dei ruoli era molto ben definita. Antonio era molto agitato e voleva dare il meglio di sé, fare bella figura.
“Novità?” chiese, aprendo il finestrino
“eh, abbiamo diverse trattative in corso, abbiamo partecipato ad una gara e poi c’è questo incontro di oggi, mi sembra un’opportunità importante...”
Ogni giorno il Dottore lo chiamava al telefono sempre con la stessa drammatica, atroce domanda: “novità?”
Non sempre c’erano delle novità ovviamente, anzi quasi mai, il mercato era abbastanza fermo e su Roma in particolare c’erano aziende storiche e radicate che opponevano una concorrenza estremamente agguerrita, quindi Antonio doveva continuamente arrampicarsi sugli specchi e cercare di inventarsi ogni giorno qualcosa di nuovo per tranquillizzare il capo.
“... oggi abbiamo selezionato dei clienti potenziali su internet ed abbiamo cominciato le telefonate di primo contatto, contemporaneamente partiamo con il mailing ...”, “... stiamo lavorando con molto impegno ...”, “... ieri abbiamo avuto due incontri molto interessanti ...”, “...la trattativa era quasi conclusa ma alla fine abbiamo perso per un problema di prezzo ...”, “... non avevamo le certificazioni di qualità necessarie ...” e cosi via. Questo era il campionario tipo delle cazzate che Antonio doveva inventarsi quotidianamente.
Uno stress.
Capitava persino che la fatidica domanda gliela ponesse la sera alle otto, mentre stava tornando a casa e poi la mattina seguente alle nove!
E ad Antonio veniva da rispondere:
“ma che cazzo vuoi che sia successo da ieri sera ad adesso, ho mangiato, ho visto la tv, sono andato a dormire, ma vaffanculo!”.
Non lo fece mai.
Appena assunto il Dottor Robeschi gli aveva detto:
“quello che c’era prima di te era un imbecille, un inetto. Pensa, quando gli chiedevo se c’erano novità, lui mi rispondeva sempre – nessuna – ma allora, dico, cosa mi fai tutto il giorno, no?”
“hai perfettamente ragione, è incredibile!”
Brividino fastidioso lungo la schiena.
“eh, si infatti l’ho mandato via...”
(ah, ecco. Bene!)
“io spero di poterti dimostrare presto che le cose sono cambiate, stiamo facendo un grosso lavoro di semina e sono convinto che raccoglieremo presto i primi frutti”
Lo diceva ovviamente senza crederci per primo nemmeno lui.
“Speriamo! Senti, prima di arrivare dal cliente ce la facciamo a fermarci in un bar che non ho fatto colazione?”
“ma certo, siamo in leggero anticipo”
Parcheggiarono, entrarono in un bar sull’Aurelia.
“cosa prendi?” disse Antonio al capo
“cappuccino e brioche, grazie”
“e lei?” chiese il barista
“per me un caffé, grazie” rispose Antonio, poi scoppiò a ridere e rivolto a Robeschi:
“pensa, quando lavoravo a Milano ero spesso dalle parti di Bergamo e la prima volta che ho chiesto un caffé in un bar il barista mi fa: – COONCOSAA? –”
e nel dirlo imitò in modo caricaturale e con voce gutturale, l’accento del barista, sembrava più che altro il muggito di una grossa mucca al pascolo per le valli bergamasche. E continuò:
“e io – scusi? – e quello di nuovo: – COONCOSAA? – e io ancora – un caffé! ... normale, amaro! - e lui: – si ma coongrappa? coonsambuca? – aaah – finalmente capii – con niente – gli ripeto – un caffé semplice!!!”
e continuando a fissare divertito il Dottore che sorseggiava il cappuccino proseguì:
“insomma, per questi ubriaconi il caffé è - cooncosa -, ci devono per forza infilare dell’alcol dentro, alle nove di mattina! Pazzesco. Il barista non ci poteva credere che volevo il caffé e basta. Qualcuno ci mette addirittura il vino rosso! Per forza poi hanno tutti quelle facce spente e inespressive. Sono stonati già a colazione!”
E continuando a ridere e scuotere la testa bevve il suo caffé.
Robeschi annuiva e sorrideva, posò la tazza, si pulì la bocca e la barba con un fazzoletto di carta:
“lo sa Tucci” era passato al Lei.
Scandì bene le parole:
“io sono proprio di Bergamo...”
di Giuseppe Gatto

LA TRATTORIA (di G. Gatto)


“Buongiorno ragazzi, che ve porto?”
La Sora Bice esordiva così ai tavoli. Si avvicinava giovale e sorridente ma lentamente, un po’ a causa dell’età, un po’ per il soprappeso e per le ginocchia che non la assistevano più come una volta. Scostava una sedia libera e si accomodava anche lei, un po’ di sbieco.
“Si può avere un menù?”
“Di primo ci so’ agnolotti al sugo o al ragù, fettuccine, tonnarelli, rigatoni e li possiamo fa all’amatriciana, alla grigia, cacio e pepe, alla carbonara ...”
“gli agnolotti li fate voi?”
“E si capisce! Che te do quelli de giovannirana!?”
Prendeva nota delle ordinazioni sul piccolo block notes a quadretti, si alzava e proseguiva con un altro tavolo o portava la comanda in cucina.
“Ci porta anche il pane e da bere?”
“Si, mò ve manno il ragazzo”
Il ragazzo era suo marito, il Sor Nando, quarant’anni circa per gamba e lo spirito di un giovanotto. Si avvicinava con la sua voce da centurione romano rauco:
“ecco er pane” caldo e croccante come pochi “il vino come lo volete, bianco o rosso?”
“E’ della casa?”
“E certo, è vino dei castelli!”
Poi veniva verso di me a prenderlo.
Il Sor Nando era piccolo di statura, magro, ex-pugile aveva ancora fisico e braccia forti, due ciuffi di capelli bianchi giusto dietro le orecchie e portava degli spessi occhiali da vista. Tanto lui quanto la moglie ispiravano una confidenza ed una simpatia immediata. Venire a pranzare qui era come mangiare con amici, in famiglia. Tanti clienti venivano accolti per nome: il Sor Michele con il suo cappotto di cammello un po’ consumato, Mario con la tuta da meccanico, il Sor Vanni pensionato brontolone, …
“Buongiorno Bice”
“Buongiorno Alfredo, siete in tre? Accomodatevi al tavolo grande con questi altri signori, che ve dispiace?”
“Se non dispiace a loro, tanto dovemo magnà mica se dovemo dà li bacetti!”
E il tavolo diventava una tavolata. Qui era come la livella di Totò, i clienti erano i più diversi e disparati, dall’operaio al dirigente, dallo studente al pensionato, dal prete al turista, quelli con le mani ancora sporche di grasso e quelli in giacca e cravatta. I tonnarelli cacio e pepe facevano diventare tutti uguali.
Bice indossava un grembiule azzurro da lavoro e Nando in ogni stagione aveva pantaloni classici, scuri, camicia, gilet di lana e sopra la classica parannànza di cotone bianco.
Se qualcuno lasciava qualcosa nel piatto ci rimanevano male.
“A signò, nun me faccia portà via sto prosciutto! E’ ‘n peccato. Ma chè nun jè piaciuto?” insisteva il Sor Nando “lo mangi, sù! E’ solo un boccone!” lo prendeva con la forchetta e gliela metteva in mano “ecco brava, così, ha visto che jè l’ha fatta?” e i piatti tornavano indietro puliti.
La trattoria esisteva dal 1928, l’aveva messa su la mamma della Sora Bice, ed era rimasta sempre uguale. Un locale con una decina di tavoli, e quando faceva caldo altri due piccoli tavoli sul marciapiede, davanti la porta e pochi altri ancora in un piccolo giardino ombreggiato da un grande albero di fico nel retro, di fianco alla cucina. Alla Sora Bice non piaceva andare nel giardino perchè doveva salire alcuni gradini. Arrivava a dire:
“No, fuori è tutto prenotato” così i clienti se li concentrava tutti davanti agli occhi ... e senza gradini. Alle pareti alcune foto di famiglia, quadri di poco valore, una pendola che funzionava perfettamente da anni, una poesia dedicata alla trattoria e alla coppia da un cliente. Sui tavoli le classiche tovaglie di carta, bianche o a quadri.
Ai fornelli spadellava la figlia Rita, cuoca sopraffina e autoditatta ed una signora l’aiutava. Dalle loro mani venivano fuori le migliori e più saporite specialità della cucina romana, secondo il calendario classico della tradizione: giovedì gnocchi, venerdì baccalà, sabato trippa. E poi la coda alla vaccinara, il lesso alla picchiapò, i fagioli con le cotiche...
La pasta era fatta in casa e la carne gliela portava l’amico macellaio dall’altra parte della strada. Tutto da leccarsi i baffi. Dalla cucina arrivavano odori che ti aprivano il cuore e lo stomaco. E poi si mangiava con poche lire prima e pochi euro dopo.
Al momento del conto la Sora Bice si andava a sedere nuovamente al tavolo, faceva due chiacchiere e scriveva il conto direttamente sulla tovaglia recitando a memoria, senza mai sbagliare una cicoria ripassata, quello che era stato consumato.
Bice e Nando erano fianco a fianco qui dentro da sempre:
“A Nà, e stai attento, nun vedi che ti è cascato er pane”
“A Bì e nun t’arabbià, sempre tutto de corsa! Me lo magno io”
“Mò te cambio cò uno più giovane, te cambio!”
“Ma magara! Così me riposo, ma lo sai quantè che t’o dico?”
Un cliente chiese a Nando:
“Come mai siete aperti solo a pranzo? Io vorrei venire la sera con mia moglie per farle provare questa grigia che è da paura proprio!”
Nando spostò la sedia, si sedette con i gomiti sul tavolo e con la faccia a cinque centimetri dall’avventore disse con il suo vocione:
“Ahò, ma io quanno ho messo assieme i sordi ppè magnà, ppè le sigarette e ppè ‘r corriere de lo sport, macchè cazzo me ne frega!” si alzò e continuò i suoi giri.
Il Cliente rimase un po’ spiazzato ma annuiva con il capo e sembrava stesse pensando “...ha ragione lui…”.
A volte in sala ad aiutare c’era anche un loro amico Vàltere, loro coetaneo, anche lui sempre di buonumore. Quando qualcuno gli chiedeva se Vàlter si scriveva con la vì o con la doppia vù lui tutto felice tirava fuori la carta d’identità:
“O vedi che m’hanno combinato quell’ignorante dell’anagrafe e quell’artro furmine de mi padre?” sul documento c’era proprio scritto Valtere, con la vì ma soprattutto con la e in fondo!
Un'altro cliente a Bice:
“signora possiamo pagare con la carta di credito?”
“con la carta de cchè, dottò?”
A volte più che un osteria sembrava un cinema!
Qui non si faceva il caffè, a quello ci pensava la signora del bar accanto. Una donna bella, procace e con una gran voce. Una Sofia Loren ne La Ciociara.
“trecaffèunocorrettosambuca” gridava la Sora Bice dalla porta e da quella a fianco arrivava la ricevuta:
“arrivanooo”

Un mercoledì d’inverno la saracinesca rimase chiusa. Un giorno, due, tre. Poi si seppe che Nando se ne era andato. Per sempre. Così, all’improvviso. A pranzo aveva servito ai tavoli, la sera aveva avuto un malore ed il suo cuore aveva smesso di andare su è giù per la sala.
Da quel giorno cambiarono molte cose.
La Sora Bice invecchiò di colpo, si sforzava di essere la stessa ma non aveva più il sorriso di prima. A lei come a tutti noi il Sor Nando mancava parecchio. Era del tutto innaturale non vederlo correre qua e là con le brocche di vino, con il pane, con i piatti di pasta fumanti.
La Sora Bice, lei che non si fermava mai, rimaneva sempre più spesso seduta dietro il bancone, proprio vicino a me.

Era venuto a dare una mano suo genero, Adolfo, un ragazzo giovane e antipatico che aveva studiato marketing, diceva lui, e che parlava con un sacco di parole strane: fèscion, trèndi, aptudèit, target, …
In pochi mesi il locale cambiò aspetto. Venne chiamato uno chef ad affiancare Rita, che di fatto la sostituì, l’altra signora andò via. Il menù andò popolandosi di Anatra affumicata su crostini al rosmarino, Stracotto di cervo con cialde di parmigiano, Caserecce acqua e farina con ragù di capriolo e pecorino di Pienza, Millefoglie di sgombro con verdure grigliate e gazpacho, Filetto di maiale con riduzione al Porto e flan di broccoli siciliani.
Finchè la trippa e l’amatriciana scomparvero del tutto.
Le pareti divennero di un arancione antico, scomparvero le foto ed i quadri sostituiti da dipinti astratti e luci soffuse, delle tovaglie di lino color senape presero il posto di quelle di carta.
Alla Sora Bice non importava più granché. Lasciava fare.
I camerieri diventarono due e indossavano la camicia a righe scura ed un grembiule nero che facevano molto trèndi, diceva il genero.
Ieri una Cliente, taglia forte, sulla sessantina, capelli vaporosi e tinti con vistosa ricrescita bianca di almeno due centimetri ha visto sul menù gli Gnocchi alle rape rosse con vongole e pesto di rucola. Li ha chiesti “però” ha detto “senza vongole per piacere e senza pesto di rucola ... ma soprattutto senza le rape rosse!”
Il cameriere un po’ in difficoltà gli ha risposto
“… guardi, … per le vongole ed il pesto posso chiedere ma le rape rosse sono proprio nell’impasto!...”
“ah… allora mi porti questa cosa ai formaggi”
“la nostra Selezione di formaggi con mostarde?”
“si, si, quello”
Quando è arrivato il piatto dei formaggi il cameriere ha attaccato:
“il primo da destra è uno Chevagne belga e poi verso sinistra un Camembert francese, un Gorgonzola dop piemontese e un Pecorino stagionato sardo, noi consigliamo di degustarli partendo dal più delicato a destra e proseguendo in un crescendo di sensazioni verso sinistra. Può accostarli con il miele o la confettura di cipolle rosse… ”
in realtà il ragazzo non era nemmeno a metà della frase che la signora aveva preso una rosetta, una delle poche cose rimaste uguali, l’aveva aperta, aveva preso con il coltello tutti e quattro i minuscoli pezzetti di formaggio e li aveva spalmati nel pane in una personale ed estemporanea interpretazione degustativa un po’ differente da quella ricercata dallo chef. Poi aveva fatto delle smorfie di semi approvazione come per dire “ma si, ... si lasciano mangiare”, il cameriere tornò verso la cucina come se niente fosse e il marito della signora, con lo sguardo rivolto al ragazzo che si allontanava, disse a denti stretti:
“La marmellata de cipolla te le magni te!”
e la moglie rafforzò il concetto
“Anfatti!”

Oggi è una giornata speciale. C’è un ultimo particolare da sistemare. Il bancone è già stato sostituito con uno in acciaio e cristallo, aitèk ha detto lo stronzo, come la Sora Bice chiama simpaticamente il genero quando lui non la sente, e dietro il bancone ci sono io. Sto qui da quando la trattoria venne inaugurata. Ormai ho quasi l’età di Nando. Alle quattro di pomeriggio mi hanno svuotato, ma già da diversi giorni non mi stanno usando più.
Ecco hanno staccato la spina.
“Forza ragazzi, tutti a dare una mano che questo pesa”
“Dai, tu prendilo di là, tu di qua, Mario vieni anche tu. Mettiamolo sui rulli, fuori c’è il camioncino”
la Sora Bice mi si è avvicinata, mi ha fatto una carezza:
“Te ne vai pure tu? Ciao amore mio”. Ha sorriso e mi è sembrato che gli sia sfuggita una lacrima.
Hanno faticato non poco per mettermi sul furgone, sono piuttosto largo, una volta le cose le facevano belle robuste. Ho tre vani frigo e da due escono con la spillatrice il vino bianco ed il rosso dei castelli. A temperatura cantina. Quante volte il Sor Nando me le ha carezzate le maniglie per riempire le brocche!
Siamo partiti, che caldo. Vedo la trattoria allontanarsi. Mi sento molto triste.
Eh, se c’era ancora il Sor Nando...

Adolfo si girò verso la moglie:
“Ammazza quanno cazzo pesava st’armadio frigorifero. Mortacci sua!”
di Giuseppe Gatto
Questo racconto è arrivato primo al concorso letterario "Roma da Scrivere" 3.a ediz. meritando fra l'altro la pubblicazione in una raccolta pubblicata da Edilet.

mercoledì 28 novembre 2007

L'ELEFANTE BLU (di G. Gatto)


Un uomo scendeva giù per il sentiero, un piccolo corridoio fra le sterpaglie, verso gli argini del Tevere. Appena fuori città. Capelli bianchi e passo incerto, indossava stivaloni verdi di gomma, un giubbotto marrone pieno di tasche. Stretta in una mano la canna da pesca e nell’altra borsa e cestino. Avrebbe passato la mattinata a pescare cefali, cavedani e alborelle.
Erano le prime ore di una mattina di inverno. Fresca. L’aria pungeva il naso e le nocche delle dita. Ad ogni respiro l’uomo emetteva una nuvoletta di vapore che lui guardava compiaciuto, con gli stessi occhi di un bambino. Scelse il posto, aprì una piccola sedia da campeggio, si accomodò e cominciò ad armeggiare con i suoi attrezzi. Stava infilando il verme sull’amo, cosa che gli procurava sempre un po’ di fastidio e pena per l’animaletto, ed il suo sguardo venne attratto da qualcosa lungo il fiume.
– Mio Dio! –
Il suo volto si contrasse in una smorfia.
Gridò aiuto ma non poteva sentirlo nessuno. Se ne rese conto subito. In acqua galleggiava un corpo. Prese un lungo ramo, agganciò il cadavere e lo avvicinò alla riva che in quel punto faceva un’ansa. Si sedette sotto shock. Con il cellulare chiamò la polizia. Poi rimase lì, immobile, a fissare quella schiena piccola, nuda. Inanimata.
l’Ispettore Liguori e l’agente Marangoni furono i primi ad arrivare sul posto. Il primo sulla quarantina, pochi capelli in testa, barba corta e appena brizzolata, fisico robusto ma agile, sguardo determinato. Il collega aveva invece il fisico alla Sancho Pancha, il fido scudiero di Don Quixote. Era tutto sudato, nonostante la temperatura, e seguiva il suo capo ansimando ed incespicando ogni cinque, sei passi.
Il Pescatore era seduto con le mani sulla faccia. Piangeva. L’Ispettore in piedi a fianco a lui, il cadavere a pancia in giù nel fango con le gambe ancora immerse in acqua, Marangoni con la faccia nel fango anche lui, l’ultimo ciottolo traditore gli aveva fatto perdere l’equilibrio ed era caduto rovinosamente in avanti come un rinoceronte falciato dal fuoco di un bracconiere.
Liguori lo guardò sconsolato. Scosse la testa:
“Marangoni alzati, aiutami dai!”
I due trascinarono per le braccia la ragazza fuori dall’acqua, con tutta la delicatezza che gli riuscì. Era una ragazza. Quando la girarono ebbero un sussulto, il volto era completamente sfigurato ed a questi spettacoli non ci si abitua mai.
“Avrà avuto venti anni al massimo” disse Liguori “chiama la scientifica”
“... veramente ho lasciato la radio in auto”
l’altro sospirò e mise mano al suo cellulare. Intanto il collega disse fra sé e sé:
“una prostituta finita male...”
“può darsi ...” l’Ispettore allargò le braccia. Con l’espressione del volto e lo sguardo chiese un po’ di rispetto per la poveretta.
Negli ultimi anni erano stati non pochi i casi, spesso irrisolti, di giovani prostitute, di cui Roma andava popolandosi sempre di più, rapinate, stuprate, uccise da clienti fuori di testa o più spesso dagli sfruttatori. L’Ispettore era stato trasferito da poco a Roma da un piccolo centro del meridione e per sua stessa candida ammissione conosceva poco questo fenomeno.
Nel pomeriggio dello stesso giorno, Liguori incontrò nel suo ufficio il collega della Medicina Legale:
“allora, cosa mi dici?”
“donna bionda, carnagione chiara, probabilmente dell’Europa dell’Est...”
“minchia, Alfieri, mi stai dando delle notizie sconvolgenti!” lo interruppe l’altro. Lui tossì, quasi senza cogliere l’ironia e continuò:
“... circa diciassette anni, è stata violentata, brutalmente direi, e picchiata in modo selvaggio. Ha brutti segni ed ecchimosi in tutto il corpo. Ha lottato, si è difesa. I colpi più profondi sono stati inferti sul volto e sulla testa con un oggetto contundente di forma piatta. Non è morta per le percosse, aveva acqua nei polmoni. Questo vuol dire che quando è stata gettata o è caduta nel fiume era ancora agonizzante, forse priva di sensi. Le ferite erano molto gravi, di sicuro sarebbe morta ugualmente, ma tecnicamente il decesso è avvenuto per annegamento, circa quattro giorni fa”.
Liguori prese fiato, si passò nervosamente una mano sulla fronte
“qualcosa per l’identificazione?”
“Nulla che possa aiutarci granché, l’unico debole indizio che abbiamo è un tatuaggio, un piccolo elefante blu sulla caviglia destra. Probabilmente era una mignotta...”
“finora eri andato benissimo” lo gelò l’ispettore “verifichiamo anche l’impronta dentaria. A dopo, grazie”.
“A dopo”
Alfieri andò via con una faccia dubbiosa
Liguori chiamò un agente:
“non abbiamo molti indizi, controlliamo tutte le denunce di giovani donne scomparse negli ultimi mesi, scandagliamo il mondo della prostituzione, voglio dei rastrellamenti nelle zone a nord di quel tratto di fiume e in tutta la zona sud della città. Cerchiamo di mettere un po’ d’ansia ai nostri informatori e setacciamo le baracche lungo il fiume. Vediamo cosa salta fuori”
“Vabbene capo. Tutto chiaro”

L’Ispettore aprì la porta di casa, ad aspettarlo la moglie, un grosso batuffolo maleodorante di nome Poldo, salvato anni prima dalle sbarre del canile e la figlia Chiara, ultimo anno di liceo, piena di vita, capelli rossi e lentiggini.
“Ciao Giorgio” lo salutò la moglie
“ciao Pà, com’è andata oggi?” fece da coro Chiara
“una giornataccia amore”
“e quando mai, rispondi sempre così!”
“si, hai ragione, ma oggi lo è stata veramente. E dopo cena devo tornare alla centrale per degli interrogatori”
“e no, eh! Dopo cena dovevamo andare da mia cugina!”
era la moglie Vanessa, una bella donna dal carattere forte e i modi un po’ bruschi, che si era affacciata dalla cucina
“me ne ero dimenticato, scusa, ma devo andare, e per via di un omicidio. Una ragazza trovata assassinata...”
“Ah, quella del fiume?” lo interruppe Chiara “ne hanno parlato in televisione”
“Si. Aveva più o meno la tua età”
Poldo abbaiò in debito di saluti e carezze e appoggiò le sue zampotte sui pantaloni del padrone.
Vanessa si allontanò sbuffando
“in tv parlavano di una prostituta, un probabile regolamento di conti negli ambienti della malavita straniera. Certo che se una fa quella vita i problemi se li va a cercare...” disse Chiara.
Giorgio contrasse la mascella, dovette fare uno sforzo enorme per non mollare un ceffone alla figlia ma la voce che gli uscì fuori era quasi peggio:
“tu non sai di cosa stai parlando. Non ti rendi conto. Finché queste frasi le sento dire ai miei colleghi passi, ma in bocca a te...”
Chiara abbassò gli occhi e non rispose.
La mamma si affacciò nella stanza
“siamo tornati a casa nervosi?” poi si rivolse alla figlia
“vestiti che andiamo io e te da Alessandra, ceneremo da loro”
E di nuovo al marito
“se vuoi qualcosa da mangiare apri il frigo e poi rimetti tutto a posto. E prima di uscire porta fuori il cane”.
Poldo capì che si parlava di lui è guaì un po’ prima di andare ad accucciarsi davanti la porta d’ingresso con il guinzaglio in bocca.
L’Ispettore ingoiò il rospo maledicendo il giorno in cui si era sposato. A giorni alterni malediceva il suo lavoro e il suo matrimonio. Di sicuro l’uno non giovava all’altro.
Dopo la passeggiata con il quadrupede peloso comprò una robusta porzione di pizza al taglio e tornò in centrale.

“Buonasera Ispettore, lo accolse l’agente Marangoni, abbiamo di là delle fermate...”
“si, ... dell’autobus! Arrivo”
L’agente aggrottò la fronte. L’altro, con la pizza ancora a metà, lo salutò con un cenno del capo e andò nella stanza in fondo al corridoio.
Le ragazze erano per lo più europee, battevano i piedi infreddolite, poco più che bambine ma lo sguardo tradiva i segni dell’essere dovute crescere ed affrontare le cose peggiori della vita maledettamente troppo in fretta.
Vestite alcune in modo provocante, altre infagottate in abiti normali e modesti ispiravano più che altro tenerezza.
“Come ti chiami?” chiese ad una biondina con i capelli chiusi in una coda, piccola e mingherlina, occhi azzurri e spaventati.
“Olga” disse lei. Indossava jeans, stivali con tacchi alti e giubbetto di pelle bordeaux, “sono Moldava”.
E non ci fu verso di farle dire altro.
Alle spalle dell’Ispettore un collega disse:
“queste hanno paura, non dicono nulla. Qualcuna ammette che stava battendo ma dice che lo fa per scelta. Non è facile riuscire a cavargli qualcosa di bocca...”
L’Ispettore diventò più diretto
“siete qui perchè abbiamo bisogno di aiuto. Una di voi qualche giorno fa è stata uccisa a pugni in faccia, spogliata e buttata nel fiume come uno straccio vecchio”
una ragazza si mise le mani sul volto e scoppiò a piangere, un’altra sgrano gli occhi, saltò in piedi e soffocò un urlo.
“Abbiamo bisogno che ci aiutiate capire chi è e chi le ha fatto fare questa fine del cazzo”.
Diverse ragazze decisero di collaborare. Alcune erano talmente spaventate che trovarono il coraggio di denunciare i maiali che le costringevano a fare le puttane.
Helena, capelli castani tagliati a caschetto, occhi verdi, sorriso dolcissimo e vestitino nero molto succinto aprì gli argini:
“ho venti anni, sono venuta in Italia un anno fa, mi ha convinta mio fidanzato. Faceva il muratore, così diceva lui, mi aveva promesso un lavoro, una casa, dei figli. Mi voleva sposare” ricominciò a piangere “appena sono arrivata da Romania è cominciato l’inferno. La mia vita è finita. Il mio uomo mi ha venduta ad altri uomini. Animali. Lui non l’ho più visto. Sono stata picchiata, violentata, torturata per giorni. Non avevo più lacrime per piangere. Dovevo fare la puttana o morivo. Ma ora tanto mi sento già morta. Non ce la faccio più...”.
Così era cominciata la sua nuova non-vita. Tutte le notti per strada a vendersi per mettere insieme centocinquanta, duecento euro che finivano in tasca ai suoi aguzzini.
“Le prime parole italiane che ho imparato sono state: - trenta euro, bocca e scopare, andiamo amore? - ...”
Liguori ebbe un lieve giramento di testa. Fece un respiro profondo
“se denunci i tuoi sfruttatori possiamo aiutarti. Fidati”
“Ho paura, ... si, non ce la faccio più ...” abbassò lo sguardo, annuì con la testa “va bene” guardò negli occhi l’ispettore “... grazie”.
La portarono a vedere il cadavere.
“No, non l’ho mai vista” disse Helena.
Gli interrogatori proseguirono per ore.
Ivona, diciottenne ucraina, fisico da sportiva, alta, spalle larghe, capelli lunghi e mossi. Anche lei si decise a fare i nomi dei suoi carnefici, nonostante fossero quasi riusciti a spezzarle ogni velleità di ribellione. Neanche lei fu però in grado di aiutare la polizia per il riconoscimento.
Poi Inna, magrissima, quasi anoressica, con i capelli nero fulvo:
“questa vita mi fa schifo ma sono scappata dalla miseria, dalla disperazione, ho provato a lavorare come cameriera ma non ce la facevo nemmeno a pagare l’affitto. Un’amica mi ha detto vieni a lavorare con me... Vorrei riuscire a tornare a casa mia, nella ex-Jugoslavia, con un po' di soldi...”

Le ragazze erano terrorizzate. Non tutte erano disposte a parlare delle loro storie. Nessuna aveva riconosciuto la ragazza uccisa. Le denunce permisero però di liberare dalle catene invisibili altre diciotto ragazze.
Nei giorni seguenti si sparse la voce e altre ragazze fecero nuove denunce. Non era molto ma era un inizio.
L’omicidio ancora irrisolto aveva fatto sì che si procedesse ad arresti ed espulsioni. Piccoli ma di duri colpi al racket delle lucciole. I mandati di arresto recitavano l’agghiacciante frase: – ... per i reati di induzione e sfruttamento della prostituzione, riduzione in schiavitù e traffico di esseri umani ... –
Anche le indagini sull’universo delle baraccopoli lungo gli argini del Tevere non avevano dato nessun risultato se non quello di scoprire un mondo di povertà e miseria che viveva alla giornata all’ombra della capitale.

“Vanessa, dormi?”
“no...”
“nemmeno io...”
“che c’è?”
“... in questi quindici anni ne ho viste di tutti i colori ma in queste settimane ho scoperchiato un pentolone assurdo. Una realtà che non credevo avesse dimensioni così tristi...”
Giorgio e la moglie erano a letto, era passata da poco la mezzanotte. Avrebbero dovuto già dormire ma quello era uno dei pochi momenti in cui riuscivano a scambiare due chiacchiere.
“La storia di quella ragazza, vero?” chiese la moglie.
“Si. Per via di quel delitto ho ascoltato tante storie. Nella nostra moderna Europa esiste ancora chi commercia in carne umana!...”
La moglie gli carezzò il capo, sospirò, lo strinse a sé sotto le coperte e gli diede un bacio sulla guancia
“ora cerca di dormire”.

In un bar di periferia due ragazzi sulla trentina, appena scesi da una Mini gialla, vestiti con jeans firmati, felpa, occhiali alla moda, i capelli lucidi di gel, stavano sorseggiando un aperitivo
“Ahò, ma hai visto che ce stanno meno mignotte in giro?”
“Ho visto si! Ieri ho dovuto girare un’ora per trovarne una! Dice che jè stanno addosso, che jè stanno a dà na stretta. Quasi tutte le sere ce sta la madama per le strade”
“che te devo dì, speramo che nun arzano i prezzi!”
I due imbecilli risero rumorosamente della battuta.

Un anno dopo la poveretta del fiume era rimasta senza volto e senza nome, le puttane erano tornate sulle strade più di prima.
Davanti la stazione Ostiense un rumeno prese a coltellate un suo connazionale, più fendenti all’addome sferrati con inaudita ferocia, in pieno giorno, in mezzo alla folla. La polizia intervenne richiamata dalle urla dei passanti e riuscì ad arrestare l’assalitore. Il ragazzo colpito era ancora vivo ma disteso a terra privo di sensi. Perdeva molto sangue.
Marangoni stava portando il caffé a Liguori, urtò la lampada sulla scrivania a glielo versò interamente sulle carte che stava firmando. Il destinatario del caffé alzò gli occhi al cielo e pregò che un fulmine incenerisse il collega in quel preciso istante.
Bussarono alla porta
“Ispettore ci sarebbe da interrogare quel pazzo che ha accoltellato un suo connazionale e preparare la relazione, viene processato per direttissima. La vittima è in ospedale, è stato operato d’urgenza e se la dovrebbe cavare”
“occupatene tu Gualtieri”
“io sto uscendo con Rodolfi per una rapina a mano armata e gli altri sono tutti impegnati”
“ho capito...”
L’ispettore asciugò il caffé che non aveva risparmiato nemmeno camicia e pantaloni e raggiunse l’accoltellatore. Si mise in piedi davanti a lui:
“come ti chiami?”
“...”
“guarda che ti spacco la faccia”
“...”
“Perchè hai preso a coltellate quel disgraziato? Hai capito cosa hai fatto?”
“Si, io capisce”
disse il ragazzo molto lentamente e alzando gli occhi verso di lui, Liguori vide qualcosa nel suo sguardo che lo impietrì. L’altro continuò sempre lentissimo e con voce monocorde
“Mi chiamo Ivan. Dimitri è ragazzo di mia sorela, vivono in baracca lungo fiume. Mia sorela Tania è scomparsa da tanto tempo. Lui dopo bevuto detto me che qualche volta lui picchiava e lei scappata. Mia sorela è un angelo, no ha nemmeno diciotto anni. Io ero in Romania fino a un mese fa. Io ho dato lui quelo che meritava. Ora voglio ritrovare mia sorela”.
Il caso aveva voluto che fosse proprio Giorgio Liguori ad ascoltare quelle parole. Ebbe una certezza e gli si gelò il sangue.
“Tua sorella ha un tatuaggio?”
“... un piccolo elefante blu sulla caviglia destra ...”, lo dissero praticamente all’unisono.
Ivan salto in piedi, Liguori lo abbracciò forte, lo strinse, e lui capì. Urlò in silenzio. Disperato.
L’ispettore gli raccontò quello che era accaduto un anno prima tacendo i particolari più dolorosi e inutili.
Dimitri Popescu venne interrogato nei giorni seguenti in ospedale e dopo poche ore crollò e confessò. Quando Tania era tornata nella baracca in cui vivevano, lui era ubriaco fradicio. Lei lo aveva respinto e lui le era saltato addosso. L’aveva presa a pugni, strappato i vestiti e stuprata. Lei aveva cercato di difendersi disperatamente. L’aveva stretta da dietro sbattendole più volte la faccia e la testa sul tavolo e ridotta in fin di vita senza nemmeno rendersene conto. Poi l’aveva gettata nel fiume.

L’Ispettore vide una sua fotografia. Tania era una ragazza dolce con gli occhi luminosi e pieni di sogni. Lavorava in nero come domestica ma nessuno aveva denunciato la sua scomparsa.
La vita di un fiore spezzato in quel modo non era quindi la vita di una puttana. Ma ormai a chi importava.



di Giuseppe Gatto




martedì 13 novembre 2007

LINEA TRE (G. Gatto)


Aldo rivede tutte le mattine lo stesso film. Risveglio a fatica, molta. Toilette minimalista, yogurt bianco, caffè. Poi, lento pede, verso il tre, l’anziano e fedele bruco a rotaie che da quasi due anni lo accompagna in ufficio.
Correttore di bozze per una rivista di patiti del web. Non che la leggano in tanti né che lo coprano d’oro, ma tutto sommato è pur sempre meglio di un lavoro vero. E’ divertente, gli tocca leggere un mucchio di roba strana ed a volte scoppia a ridere da solo fino alle lacrime.
Quarant’anni, pochi capelli, un divorzio alle spalle e la tipica goffaggine di chi ha diversi chili di troppo. Vive da solo, gli amici lo descrivono come un tipo simpatico, allegro e soggetto ad inspiegabili sbalzi di umore.
Arrivano insieme a Porta Portese, lui ed il tre.
Splende un sole caldo e accecante. Aldo continua a sonnecchiare e sbadigliare per diverse fermate. Piramide, Circo Massimo, Colosseo.
(Dio quant’è bella Roma) pensa.
Viale Manzoni. E’ quasi arrivato.
Scorge una ragazza a diversi metri da lui, lo incuriosisce il libro che lei sta leggendo completamente assorta. Ha un’aria familiare, il libro. Cerca di mettere a fuoco la copertina, il tram è pieno come un uovo e le vibrazioni non aiutano. Benni! Terra di Stefano Benni. Un piccolo capolavoro che lui ama ed ha letto più volte.
Di colpo posa lo sguardo sulla ragazza e la trova terribilmente interessante. Come se la passione per la stessa lettura avesse disegnato un invisibile elastico che lo attrae verso di lei. La vede per la prima volta, o almeno così gli sembra.
Si perde per un istante nei suoi pensieri e la sconosciuta scompare. Più semplicemente è scesa.
Porta Maggiore. Scende anche lui, un pò turbato.
Al lavoro combina poco e raccogliendo una serie di fotogrammi sparsi qua e là nella sua testa realizza che nei suoi assonnati tragitti mattutini quella tipa l’ha già vista più volte. Per mesi. Hanno evidentemente orari simili ed oltre a Benni anche la linea tre in comune.
(Ma come ho fatto a non notarla prima!?)
L’ha guardata per pochi secondi ma è come se un fulmine avesse squarciato il quadrato di cielo sopra la sua testa. E’ bellissima! Alta, due grandi occhi scuri da cucciolo di foca, una folta e disordinata capigliatura leonina, naso leggermente all’insù, due labbra carnose che incorniciano un sorriso disarmante. Molto più giovane di lui. I loro sguardi si sono incrociati per un breve istante. Forse ha anche sorriso nella sua direzione! E’ tutto quello che ricorda ma è più che sufficiente per procurargli uno stretto nodo allo stomaco ed un’erezione quasi dolorosa.
La sera riprende il tram ma non la vede.
Una volta a casa affoga la delusione in due piattoni di pasta e fagioli preparata con le sue manine: olio extra-vergine, aglio, cipolla, pancetta, sedano, carota, peperoncino e discreta quantità di vino rosso, a parte.
Stessi orari solo al mattino. Aldo ormai prende il tre con il solo scopo di incontrarla. Deve riuscire a conoscerla. Il fatto che intanto va in redazione è del tutto accidentale.
Nei giorni seguenti oltre a tuffarsi in quel sorriso che lo ha colpito al mento ha modo di farle una sorta di risonanza magnetica oculare continuandosi a dare del cretino per non averla notata prima.
E’ davvero dannatamente bella, piena di curve e morbidezze al posto giusto, vita stretta, tacchi alti, due gambe che partono da polpacci snelli, affusolati e non finiscono mai scomparendo in una gonna corta e spagnoleggiante. Dolcezza ed aggressiva sensualità.
Timido e impacciato come tutti i ciccioni Aldo mette progressivamente in pratica una serie di azioni degne delle migliori giovani marmotte. Ogni giorno cerca di capitarle sempre più vicino senza dare troppo nell’occhio. Finalmente, dopo quasi una settimana di appostamenti il colpo di fortuna. Il solito scooter smarmittato che sorpassa a zig-zag e si schianta con rumore di vetro e ferraglia su una Panda.
Il tram frena bruscamente.
Libro in terra. Che intanto è diventato Miami Blues.
Aldo lo raccoglie:
“il tuo libro”
“oh, grazie” lei porge la mano. Si sfiorano
(che voce calda!)
“bello Willeford, li ho letti praticamente tutti”
“ma dai! ... si molto bello”. Sorriso infinito. Le sorride tutto il viso
Sguardo inebetito di Aldo. E’ pietrificato.
“sono arrivata. Ciao”
(Ciao) pensa Aldo, ma non riesce nemmeno a dirlo.
Poi si dà del cretino con particolare accanimento.
(Non le ho nemmeno chiesto come si chiama! Cazzo!)
Ogni tanto si avvicina ad un collega e gli dice: “mi dai un ceffone?” ma non trova nessuno in vena di violenta generosità. Rimedia solo un inutile ed affettuoso buffetto.
Per un paio di settimane non la incontra. E’ disperato.
(E se avesse cambiato lavoro? Casa? Città?)
Non capisce se sia amore o qualcosa di simile ma pensa a lei in continuazione e comincia anche a dare corpo ai suoi pensieri. Sente la pelle di lei sotto le sue dita. Sogna ad occhi aperti di abbracciarla, cingerle i fianchi da dietro, appoggiato ai sostegni del tram, con i raggi di sole che entrano prepotenti dai finestrini, e baciarla sul collo, con il capo di lei chino all’indietro sulla sua spalla. Poi cercare e trovare le sue labbra, e perdersi dentro la sua bocca, i suoi capelli, il suo profumo, che lui ricorda perfettamente, fresco, alla frutta.
Architetta almeno cinque stratagemmi diversi per scendere alla sua fermata, presentarsi come si deve e poi accompagnarla. Vuole conoscerla, sapere tutto di lei. Chi è, cosa fa, cosa ama, che musica ascolta, se le piace più il vino o la birra. Le farà una corte discreta, dolce, insistente. La porterà a scoprire insieme i mille angoli affascinanti di Roma. La porterà al mare, a giocare sulla sabbia, a mangiare il sushi, ad ascoltare Jazz a Trastevere. La porterà. La porterà. La porterà...
Solo che Aldo non la incontrerà più.
di Giuseppe Gatto

1994 DIPLOMA DI MATURITA' (di G. Gatto)


1994. Un’ottima annata per lo champagne.
Amo il solletico che fanno le bollicine nel naso ma mi fermo qui. Mi disse qualcuno, mi pare, che le annate pari siano le migliori, in realtà bevo di tutto e distinguo a malapena l’orrido vino confezionato nel cartone da una bottiglia di enoteca. Ho questo vizio fin da piccolo. Non l’alcolismo, le balle. Fingo di sapere, improvviso, infiocchetto, allargo, stringo, cucio, rispondo convinto a qualsiasi domanda, anche se ignoro di cosa si stia parlando.
A scuola ho coltivato questa abilità per anni. Mi bastava leggere poche righe di un argomento per poterne discutere per ore, fingendo in modo piuttosto credibile di essere assoluto padrone della materia. Senza falsa modestia posso vantare una solida ignoranza, con qualche lacuna di cultura sparsa qua e là, a macchie di leopardo.
Quando si gioca con gli amici ai quiz con le domande bizzarre una delle regole è: “se la sa Luca è troppo facile, si cambia carta”.
Luca sono io.
Sulla domanda secca tipo: “come si chiamava la portaerei affondata dai giapponesi il 6 agosto del ‘45?” è più difficile bluffare. O la sai o non la sai. Sulla domanda secca viene fuori l'inespugnabile solidità della mia ignoranza.
Non lo sapeva però la prof di italiano alla maturità quello stesso anno. Ero impreparato come pochi ed avevo trascorso le settimane precedenti la prova orale al mare a gozzovigliare e tirar tardi con gli amici. Il giorno temuto era arrivato. Inesorabilmente.
Nervosismo alle stelle. Anche i guerrieri più coraggiosi hanno i loro momenti di debolezza. Ho un improvviso smottamento intestinale che mi costringe a rapida fuga e fuori programma nei cessi alla turca dell'Istituto. Non essendoci la chiave mi esibisco anche in una figura acrobatica alla Spiderman: pantaloni e mutande indossati al collo, mano sinistra poggiata dietro per tenermi in equilibrio, piede sinistro giù, l'altra mano poggiata alla parete destra e piede destro a tenere chiusa la porta. Fatto. Pensai: ok, oggi peggio di così non può succedermi nulla. Arriva il mio turno.
- mi parli di un argomento a piacere -
- mi piacerebbe iniziare con Pascoli, le sue opere mi hanno appassionato molto -
In realtà era l’unico poeta di cui ero riuscito a procurarmi gli appunti del più secchione della classe. Materiale di prima qualità. In tre giorni lo avevo ingoiato a memoria. Non sapevo altro.
Subito un piccolo incidente. Nel fotocopiare i sacri appunti, avuti grazie al vile corteggiamento di una compagna di classe brutta come il peccato, avevo per sbaglio infilato in mezzo a Pascoli una pagina della vita di Leopardi, la terza. Senza accorgermene minimamente, ovvio!
Attacco il copione a memoria e arrivato alla terza pagina vedo la mia insegnante di italiano, presidente della commissione, che sgrana gli occhi, ha un sussulto, arrossisce. Era lei la vera autrice degli appunti, spiegava sempre nello stesso modo da trent’anni ed aveva riconosciuto le sue parole nelle mie. Non capisco cosa succede, ma nel dubbio immediata manovra di emergenza, tossisco, passo alla pagina quattro.
La prof respira. Si rilassa.
Mi rilasso anche io. Pascoli alla grande!
Divina Commedia. Sapevo tutto del terzo canto dell’inferno e solo del terzo canto dell'Inferno! Trama, passaggi chiave, commenti e critiche. Grande Bignami. Puntavo ovviamente su un pizzico di culo e sulla solita domandina a piacere.
Niente domanda a piacere.
- mi parli della figura di Maria nella Divina Commedia -
tre decimi di secondo di panico puro:
- non possiamo compiutamente analizzare e comprendere la figura di Maria, così come la descrive e ce la presenta Dante, se non partendo dalla lettura del terzo canto … -
Sulla fronte dell’esaminatrice vedo affiorare un dubbio ma mi lascia andare avanti. Due a zero. Il gioco diventava sempre più difficile.
Dietro di me erano seduti i miei compagni di classe e sottolineavano con brusii e “ooh” sommessi lo stupore per come stavano andando le cose. Loro sapevano.
Sapevano che erano almeno due settimane che io ed altri tre-quattro campioni di salto-nel-vuoto, alternavamo ubriacature solenni a bagni a mezzanotte e nottate in discoteca. Si chiedevano solo come e quando sarei crollato.
- in che epoca è vissuto Dante Alighieri? -
ovviamente non ne avevo la più pallida idea.
Battito di ciglia. Elaborazione del pensiero laterale. Quando il cervello sembra espandersi nello spazio e compare l'idea come un flash che non ti aspetti:
- un poeta immenso come Dante Alighieri e la sua opera immortale non possono essere racchiuse in un'epoca ed in un tempo limitati. Dante abbraccia tutta la storia della letteratura italiana, vorrei quindi dire che è un poeta del suo come del nostro tempo... -
la professoressa tirò un sorriso a trentadue denti, quasi si alzava in piedi commossa per applaudire.
- Per me è più che sufficiente, va benissimo così - disse.
Dietro sentivo la curva sud incredula, gomitate, sguardi stupiti.
Ancora un ostacolo. La presidente di commissione, stupita anche lei ed in cuor suo come risentita, quasi avesse capito che li stavo fregando, volle interrogarmi. Sbagliò la tecnica.
Le domande non le ricordo ma lo stile era: “pensi che la tale opera del tale scrittore sia più pervasa da pessimismo (pausa) o da nichilismo?”
Come andò, come non andò, mi resi conto che nel porre la domanda la prof, con i movimenti del corpo, l’intonazione della voce, lo sguardo (i giocatori di poker conoscono bene questi meccanismi), mi suggeriva la risposta. La coglievo istintivamente! Ne azzeccai, sudando veramente freddo, cinque di fila che mi sembravano aramaico antico. Brancolavo nel buio assoluto ma azzeccavo le risposte!
La curva ormai faceva la òla!
L’insegnante interna capitolò:
- complimenti Luca, devo dire che mi hai stupito. Spesso mi sembravi distratto, svogliato, invece evidentemente in classe hai sempre ascoltato tutto e ne hai fatto tesoro. Bravo -
(Grazie prof, non c’è di che!)
Diploma di maturità agguantato con un onorevole quarantotto sessantesimi. Al Trivial Pursuit questo giochetto non funziona.
Comunque, credetemi, il '94 per lo champagne fu davvero un’annata eccezionale.
di Giuseppe Gatto

LA PRIMA VOLTA (di G. Gatto)


Si era svegliato di scatto. Sudato. Soffocando un urlo. Si era ritrovato ancora sotto le lenzuola fino alla vita e seduto nel letto con le braccia rigide a sorreggerlo. Il fiato grosso. Gli sembrava di aver appena affrontato tre piani di scale. Sentiva ancora il peso sul petto. Incubi.
- Strano, … io che non sogno mai! –
Fuori era ancora buio. Salvo guardò la sveglia, led rossi, quattroequarantasei. Led rossi accecanti. Si portò istintivamente il dorso della mano a proteggere gli occhi.
- Mi alzo, tanto ormai non dormo più –
Si mise in piedi piano. Lentamente e in silenzio, senza svegliare i genitori, si vestì ed uscì di casa. Nei suoi sedici anni di vita raramente si era alzato così presto, piuttosto quei colori rarefatti ed irreali che precedono l’alba li aveva visti qualche volta andando a dormire. Lo accolse un freddo frizzante, sopportabile, ma a lui pareva gelido e forse contribuiva a quest’effetto ghiaccio la fronte imperlata di sudore. Mani in tasca, spalle strette, Salvo si avviò con passi veloci ed incerti. Uno strano gambero umano. Camminava in avanti ma dava l’idea che volesse correre esattamente dalla parte opposta. Si morse il labbro inferiore, scosse la testa, sapeva che non poteva tornare indietro.
Non adesso. Aveva bisogno di non voltarsi.
Capelli castani e ricci lunghi alcuni centimetri, occhi scuri come la notte, magro, una peluria sul volto appena accennata che non poteva ancora definirsi barba. Addosso scarpe da tennis, jeans molto vissuti e un giaccone verde da caccia anche se a caccia non c’era mai stato. Lui era un tipo tranquillo, pacifico.
Da piccolo non capiva come facessero i suoi amichetti a divertirsi torturando innocue lucertole. Le prendevano con un cappio fatto con lunghi fili d’erba, le appendevano al ramo di un albero e giocavano a colpirle con le pietre. Lui proprio non riusciva a partecipare a quel gioco. Guardava la povera bestiola, soffriva insieme a lei, provava a farli smettere, poi si allontanava a testa bassa per non dover sopportare il triste spettacolo.
La sua era una famiglia semplice che viveva ai confini della povertà. Il padre faceva il manovale, il lavoro a volte c’era a volte no e quando c’era era spesso in nero, sottopagato, senza garanzie e senza niente. Se Mimmo si faceva male erano fatti suoi. Toccava lavorare anche per persone poco raccomandabili ed attività poco chiare. Doveva spostare mattoni, impastare la calce, non fare e non farsi troppe domande. La mamma era casalinga e domestica a ore per alcune famiglie giù in paese. Non era una vita facile. Una realtà per nulla rara in quel piccolo paesino del sud. Arretratezza economica e sociale fisiologica ed apparentemente ineluttabile. Salvo avrebbe voluto studiare, sognava un futuro diverso ma bisognava anche cominciare a portare qualche soldo a casa. Rendersi utile. Lui, a differenza di altri suoi coetanei, stava diventando adulto molto velocemente. Troppo velocemente.
Una sera a tavola Mimmo gli aveva detto:
- Don Vito ti vuole conoscere, forse è per un lavoro, vacci a parlare -
Lì intorno quasi tutto era di Don Vito.
Così era cominciato tutto.
Era andato a parlarci e da allora erano trascorsi cinque giorni.

Camminò per più di due ore, sembrava vagasse senza una meta ma cercava solo la strada più lunga. Inutile essere lì prima delle otto. Intorno solo campagna e macchie di verde, grigio e marrone. Una campagna brulla, arcigna, dai contorni irregolari, spigolosi. Con quella luce e la leggera foschia i campi ed il cielo a tratti si confondevano. Come i suoi pensieri. Groppo in gola, un nodo che voleva soffocarlo. Si sentì mancare il respiro e contrasse i muscoli delle tempie e del volto per combattere la vista che quasi si annebbiava. Gli girava la testa, proprio come quell’unica volta che era salito mezzo ubriaco sulle montagne russe.
- Voglio scendere - pensò.
Non scese. Non poteva scendere. Non dopo aver dato la sua parola a Don Vito.

Arrivò al vecchio casolare. Entrò in un cortile quadrato di mura bianche con una vecchia fontana al centro, poi dentro un grosso portone di legno, scambiò degli sguardi silenziosi con altre persone. Gli porsero una grossa lama ed una specie di larga tuta da operaio che lui indossò. Qualcuno gli diede una pacca sulla spalla qualcun altro gli fece un leggero cenno del capo.
Era arrivato il momento.
Entrò nell’altro locale, sulla destra. Gli avevano già spiegato tutto. L'odore era fortissimo, gli serrò la gola, trattenne un conato di vomito. Fece un respiro profondo, serrò gli occhi, strinse la mano destra sul coltello ed affondò con forza l'acciaio lucido nella carne viva. Un colpo sferrato nel collo caldo, pulsante. Un grido straziante gli entrò nella testa come una scheggia di vetro nella spina dorsale. Un violento fiotto di sangue gli bagnò il viso. Quel liquido caldo e denso era dappertutto. Le gambe tremarono. Si mise a piangere con singhiozzi sincopati, gli sembrò di non riuscire più a respirare.
Era la prima volta che uccideva.
Era il suo primo giorno di lavoro al macello dei maiali.
di Giuseppe Gatto